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Federico Rampini

Ecco perché il declino americano, previsto più volte come il sorpasso economico della Cina, può attendere

Il modo migliore per capire lo stato dell’America non è ascoltare i suoi commentatori, spesso apocalittici. È osservare i suoi rivali. Quando Trump arrivò a Pechino per l’ultimo vertice con Xi Jinping, la scena più istruttiva non era quella dei due presidenti. Era la delegazione che accompagnava l’Air Force One: i vertici di Apple, Nvidia, Meta, Boeing, Goldman Sachs, BlackRock, Qualcomm, SpaceX-Tesla, General Electric e di altri colossi. Una concentrazione di potenza economica e tecnologica che nessun altro paese, Cina inclusa, è in grado di schierare. Xi può pensare tutto il male possibile di Trump, può perfino disprezzarlo. Ma quando misura i rapporti di forze guarda ai fattori fondamentali. I «fondamentali» continuano a fare degli Stati Uniti il numero uno. Il «sorpasso cinese», che appariva certo vent’anni fa, oggi è dubbio se non improbabile.

Una nazione «resiliente»È la domanda che accompagna il loro 250° anniversario: gli Stati Uniti sono davvero una nazione in declino? Le cronache sembrano dire di sì. Polarizzazione, scontri ideologici, un presidente che divide come pochi nella storia. Dall’opposizione democratica, dalle élite dell’accademia e dello spettacolo, dall’Europa, arrivano diagnosi terminali sulla democrazia americana. Eppure è una scena già vista. Negli anni ‘60 furono gli assassinii dei Kennedy e Martin Luther King, le rivolte razziali, il Vietnam. Negli anni ‘70 inflazione, crisi energetica, New York alla bancarotta, il Giappone indicato come padrone dell’economia mondiale. Ogni volta gli Stati Uniti furono dati per finiti. Ogni volta ripartirono. Dopo la Grande Depressione ci fu la vittoria contro i nazifascismi, dopo il caos degli anni Settanta il trionfo contro l’Unione sovietica.