Il 12 giugno 2015 l’indice azionario di Shenzhen crollò del 40% in poche ore. Poco dopo il partito comunista cinese fece dimettere il presidente della società di borsa, Gao Xiaojun, per presunti sforamenti di budget nella ristrutturazione della sede. Dieci anni più tardi — e senza crolli di borsa — si sta comportando nello stesso modo con la sua banca centrale il presidente degli Stati Uniti d’America. Da settimane Donald Trump cerca nei costi di un cantiere nel palazzo della Federal Reserve la «giusta causa» — cioè il pretesto — per licenziarne il capo, Jay Powell. E non si ferma lì. Venerdì, dopo l’uscita di numeri deboli sui nuovi posti di lavoro in America negli ultimi tre mesi, Trump ha fatto cacciare la commissaria del Bureau of Labor Statistics Erika McEntarfer, accusandola di aver manipolato i dati «per ragioni politiche». Nessun indizio è stato fornito a supporto dell’accusa.
Dollaro, inflazione, Pil: la Trumpnomics si scopre fragile. Ecco dove l’America rallenta
Vengono al pettine i nodi dei dazi e dell’incertezza per le accuse alla Fed. Gli investimenti delle imprese negli Stati Uniti calano di 260 miliardi









