di
Federico Rampini
Washington resta il centro del capitalismo tecnologico, mentre la Cina punta a colmare il divario sull’Ai. E l’Europa, avverte Mario Draghi, rischia l’irrilevanza
L’elenco dei capitalisti, top manager e chief executive americani che hanno seguito Donald Trump a Pechino la scorsa settimana è impressionante ed è istruttivo. Erano ben rappresentati il settore BigTech con Apple, Meta, Cisco Tesla/SpaceX, Qualcomm, Micron, Nvidia; la finanza con Citi, Mastercard, Visa, Goldman Sachs; l’industria aerospaziale con Boeing e Ge; i fondi d’investimento Blackrock e Blackstone. Ce n’era abbastanza per esibire la forza del capitalismo americano: l’Unione europea non sarebbe in grado di schierare nulla di simile a questa potenza di fuoco. Un’altra chiave di lettura è che questa delegazione rappresentava la «lobby filocinese», sono tutti gruppi capitalistici che hanno interesse a mantenere buoni rapporti con Xi. Soffermarsi su quel gruppo di super-capitalisti aiuta ad aprire gli occhi sulla relazione Usa-Cina, «la più importante del mondo», come ha detto Xi Jinping. Qualcuno non lo sapeva? Si direbbe di sì.
L’asse Europa-Cina (che non c’è)Un anno fa a quest’epoca circolavano delle fantasie. Dopo l’annuncio dei dazi nel Liberation Day, aprile 2025, era di moda in Europa teorizzare una grande alleanza tra Unione europea e Cina, per isolare l’America e castigare il suo presidente. Bruxelles e Pechino, secondo quella teoria allora in voga, sarebbero diventati l’asse centrale di un nuovo ordine globale, attirando a sé il Grande Sud globale, il Resto del mondo. Gli Stati Uniti sarebbero stati messi nell’angolo, penalizzati, ridimensionati.















