C'è un'idea fissa che circola nei salotti finanziari e politici di mezzo mondo: l'Europa ha perso la corsa tecnologica. Abituata per decenni ad appoggiarsi all'ombrello militare altrui e a prosperare col libero mercato, si sarebbe svegliata troppo tardi in un'epoca in cui i dati e l'Intelligenza Artificiale sono diventati un'arma geopolitica. Da una parte ci sono gli Stati Uniti, trainati dall'iper-capitalismo delle grandi piattaforme, che fanno terra bruciata a colpi di acquisizioni. Dall'altra c'è la Cina, con la sua inesauribile forza di pianificazione statale.
Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività, ha messo nero su bianco cifre che fanno tremare i polsi: servono tra i 750 e gli 800 miliardi di euro l'anno solo per restare a galla. Se guardiamo questi numeri, la partita sembra chiusa.
Ma c'è una voce fuori dal coro, ed è quella di chi le regole europee le ha scritte in questi anni. Secondo Thierry Breton, l'Unione Europea non ha affatto perso. Ha semplicemente spostato il campo di battaglia. L'epoca dei social network e del software per i consumatori (il mercato B2C) non è più centrale, d il futuro si giocherà sui dati industriali e sulle infrastrutture critiche. Qui l'Europa ha in mano carte che gli altri continenti le invidiano.













