Le lezioni romane di Peter Thiel, avvolte da un’aura di riservatezza esoterica, arrivano in un momento in cui l’Europa si interroga sul proprio destino tecnologico. Non è solo il fascino di un miliardario della Silicon Valley a catturare l’attenzione, ma il tono apocalittico delle sue riflessioni: l’AI come possibile Armageddon, come Anticristo, come forza capace di travolgere la democrazia più che rafforzarla. È davvero questo il bivio davanti a noi? L’intelligenza artificiale sarà la più grande alleata della libertà o la sua più sofisticata minaccia? E soprattutto: la risposta è davvero una tecno-élite illuminata, come Thiel suggerisce, o esiste un’altra via?

Il documento europeo che dà il via alla guerra mondiale per la sovranità digitale

03 Febbraio 2026

In questo scenario, l’Europa prova a costruire una propria identità. Non vuole essere la copia sbiadita della Silicon Valley, né il laboratorio iper-centralizzato dei modelli asiatici. Vuole essere un continente che mette al centro i diritti, la trasparenza, la democrazia. Ma può questa scelta diventare un vantaggio competitivo o rischia di trasformarsi in una camicia di forza? È la domanda che attraversa ogni discussione sul Digital Services Act, sul Digital Markets Act, sull’AI Act: norme nate per proteggere i cittadini, ma che alcuni temono possano rallentare l’innovazione proprio mentre il mondo accelera. Eppure, la storia insegna che la Silicon Valley non è cresciuta solo grazie alla deregulation, come spesso si racconta. È cresciuta grazie allo Stato investitore, ai fondi federali, ai programmi militari, alle università pubbliche. È cresciuta perché qualcuno ha creduto che il rischio fosse un bene pubblico, non solo privato. È cresciuta perché il governo ha costruito ponti, non si è affidato semplicemente al laissez-faire.