Il caso

Luca D'Alessio

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Roma. Carcere di Rebibbia. Le bollenti giornate per il caldo eccessivo rendono le celle dei detenuti ogni giorno una prova in più da sopportare e superare. Le stanze del penitenziario capitolino, così come moltissimi altri istituti di pena italiani, sono occupate da un numero superiore di detenuti, rispetto alla loro normale capienza, che stanno scontando la loro pena e che, ci piacerebbe affermare, ma nella quasi totalità dei casi non è così, stanno percorrendo il cammino rieducativo della loro pena.

Non tutti i detenuti purtroppo godono delle stesse condizioni di benessere fisico e psicologico e questo si ripercuote sulla qualità di vita di chi vive in carceri che, come affermava il filosofo illuminista Voltaire, sono l’indicatore dello stato di civiltà di un Paese. Equivale a dire che, se uno Stato non riesce a garantire condizioni accettabili di vita ad un proprio detenuto, non solo trova una sua bassa collocazione di classificazione nella scala degli Stati virtuosi, ma soprattutto che ha fallito la sua funzione primaria di rieducazione e rispetto della dignità umana.