«Per gli investitori è una exit. Noi, soltanto noi come imprenditori, restiamo e reinvestiamo». Conversiamo con Chiara Petrioli poche ore dopo l’annuncio dell’acquisizione da parte di Fincantieri della maggioranza di WSense, la scaleup che ha co-fondato nel 2017 e di cui è CEO. Non c’era modo migliore di festeggiare i primi 10 anni dell’impresa. Sorride, sorniona. I dubbi, le critiche latenti, quella forma di riflesso condizionato di diffidenza e di scetticismo che scatta nell’ecosistema di fronte ai successi degli altri risuonano lontani. Qui c’è una notizia che finalmente vede una multinazionale italiana – a controllo pubblico – agire sul mercato dell’innovazione, puntare su una tecnologia nata dalla ricerca universitaria e diventata prodotto per definire un presidio strategico, accelerare l’innovazione acquisendo tecnologie e competenze sviluppate in Italia e in una startup. Quindi, succede ciò di cui di solito si lamenta la carenza e che tante volte è stato auspicato. La storia di WSense dimostra che può succedere e c’è solo da auspicarsi che succeda sempre più spesso. Adesso è accaduto nel dominio sottomarino, che è strategico, ma non è certo l’unico. Con Chiara Petrioli, che è anche presidente di InnovUp, l’associazione che rappresenta l’ecosistema italiana dell’innovazione (disclaimer: io faccio parte del consiglio direttivo) e membro del board dell’European Innovation Council a Bruxelles, vediamo come si arriva a questo punto e perché si fa una scelta piuttosto che un’altra. Fincantieri entra come azionista di maggioranza in WSense. Ma la notizia dentro la notizia, a cui Petrioli tiene particolarmente è un’altra: tutti gli investitori finanziari escono, la captable si ripulisce ma i tre fondatori restano e rimettono sul tavolo tre quarti di quello che portano a casa. Altro che liquidazione.Indice degli argomenti