«Mi sento come un libro chiuso». Come un oggetto, giunto al suo termine. Un senso di conclusione che parte dal lavoro e arriva a contaminare tutta la vita. È questo che si prova, spiega a L’Espresso una lavoratrice, tra i dipendenti della catena di supermercati Pam Panorama raggiunti da una lettera di trasferimento che suona più come un invito ad andarsene che come una pratica ordinaria di ricollocazione. Perché le altre sedi dove i lavoratori designati sarebbero diretti sono abbastanza lontane da creare complicazioni difficili da gestire, dai tempi ai costi di spostamento. Per lei, ad esempio, insormontabili: un contratto part-time di quattro ore al giorno alle quali dovrebbe aggiungere le ore di viaggio, uno stipendio di 1.100 euro al mese dal quale dovrebbe sottrarre la spesa della benzina. Non vuole che si scriva il suo nome, così come l’altro lavoratore che ha deciso di parlare, perché entrambi hanno paura. Perché dall'azienda che ha deciso di sanare i bilanci liberandosi del personale, usando uno strumento illecito come l'ormai noto test del carrello, che da almeno un anno a questa parte bersaglia i dipendenti con lettere di contestazione per presunti comportamenti non conformi alle norme e che dispensa sospensioni dal lavoro non retribuite per non aver disposto come si deve la merce negli scaffali, ci si può aspettare di tutto. Le sorprese potrebbero non essere finite.Per la nostra lavoratrice la lettera di trasferimento è stata un colpo feroce. «Mi hanno distrutto la vita». Lo dice senza riuscire a trattenere le lacrime. Le capita spesso da quando ha saputo di essere stata scelta per andare altrove, perché la vita l'ha passata dentro quel negozio, dove lavora da decenni, perché le mancano pochi anni alla pensione e sa bene che trovare un altro lavoro alla sua età è un'impresa e perché mai si sarebbe aspettata un simile voltafaccia dall'azienda.«È così tutti i giorni, da quando ho ricevuto la lettera. Senti di essere diventata scomoda, vecchia – ormai sei vecchio a trent'anni – e ti ritrovi catapultata in una dimensione che non è più la tua. Andrò da un avvocato per impugnare il trasferimento, io che non so niente di queste cose e non ho mai avuto a che fare con avvocati in vita mia».A peggiorare il quadro per alcuni di loro sono i problemi di salute, che non hanno mai impedito di svolgere il lavoro come doveva essere svolto, ma che mal si adattano alla prospettiva di una trasferta quotidiana. Del resto Pam non ha mostrato remore a colpire le figure più vulnerabili: l'anno scorso, quando l'ondata di provvedimenti falcia personale ha cominciato a farsi più minacciosa, l'azienda ha ritoccato a suo beneficio il Documento di valutazione del rischio, per fare in modo che i lavoratori più fragili risultassero improvvisamente inidonei in base ai nuovi parametri di sicurezza stilati per i punti vendita. Sospesi, da un momento all'altro, senza stipendio. Non solo una triste discriminazione, ma un atto illegittimo, contro il quale i sindacati di categoria sono riusciti poi ad avere la meglio, facendo fare a Pam un passo indietro.«Le cose hanno cominciato a cambiare circa un anno fa. Sono arrivati altri responsabili e abbiamo iniziato ad avere problemi, per qualsiasi inezia». Il clima non era più lo stesso. Poi è arrivato il test del carrello e a poco è servito sapere che il Tribunale di Siena lo avesse giudicato nocivo per la salute e avesse condannato Pam a reintegrare e risarcire il lavoratore licenziato. «Siamo tutti terrorizzati, perché adesso qualsiasi carrello che arriva lo guardiamo e lo riguardiamo. Abbiamo paura di lavorare».Pam Panorama, sentito da L’Espresso, respinge «le rappresentazioni emerse del “piano di evoluzione e sviluppo” avviato, con un investimento di 240 milioni di euro, tra nuove aperture e nuovi centri di distribuzione. Un quadro nel quale «la riallocazione di personale tra punti vendita è ordinaria gestione d'impresa – dichiarano, «orientata a garantire efficienza operativa, sostenibilità e continuità aziendale».La continuità, per il personale, invece sembra spezzata. «Chiudo gli occhi tutti i giorni quando vado al lavoro e li riapro quando esco». Non è stato sempre così, racconta l'altro lavoratore, «all'inizio era un'isola felice, anche nei rapporti tra noi dipendenti. Ci si aiutava, non c'erano malizie, c'era più rispetto: a 25 anni non mi sarei mai permesso di mettermi contro persone che ne avevano 50, e 30 di esperienza alle spalle». La politica dell'azienda, disfarsi dei lavoratori più attempati, e soprattutto dei loro contratti pesanti, per assumere giovani con contratti meno onerosi, ha finito per inquinare tutto, per mandare in pensione innanzitutto un modello di lavoro solidale e cooperativo, sano.«Noi “vecchi”, io ho poco più di 50 anni, siamo stati emarginati, si è creata una frattura evidente. Una volta al capo reparto che andava in pensione succedeva il più esperto, da qualche tempo a questa parte vediamo arrivare a capo dei reparti giovanissimi assunti una settimana prima, senza alcuna esperienza. Ed è mortificante, pensi che la tua professionalità non conti più niente, non importi a nessuno». E guai ad aver da ridire su qualche direttiva incongrua, perché l'arma impropria del trasferimento viene impugnata anche nel perimetro del negozio, spostando chi ha osato aprire bocca da un reparto all'altro. «Un altro modo per umiliare chi lavora».Per lui nessun trasferimento o sospensione, ma la stessa paura di tutti. Intanto quella di passare dal reparto alle casse, che stanno diventando una sorta di cimitero degli elefanti, l'ultima stazione prima del trasferimento, perché è lì che confluiscono i lavoratori più anziani e meno flessibili nell'ottica aziendale. «Andavo di buon umore al lavoro, mi piaceva, ma ora c'è questa tensione costante. Si percepisce nei nostri volti. Ce lo dicono anche i clienti, avete uno sguardo tra stanco e spaventato, non avete le stesse facce, non siete più gli stessi. È vero, non siamo più gli stessi. Siamo diventati i nuovi schiavi. Siamo tornati indietro nel tempo».