Per cercare una ragione, dunque un metodo, nella ferocia delle derisioni di Donald Trump contro Giorgia Meloni, bisogna leggere con attenzione cosa diceva ieri il ministro della Difesa Guido «A Kiev non do i missili di difesa americani, ma darò gli Aster che sono prodotti da Mbda, che è una azienda italiana e francese. Dal punto di vista della difesa missilistica dell’Ucraina è lo stesso ma almeno quei soldi rimarranno all’industria italiana ed europea e agli operai italiani ed europei». Il riferimento è alla Prioritized Ukraine Requirements List (Purl), il meccanismo di acquisto di armi made in Usa destinate a Kiev, ideato dagli americani per strappare un profitto all’Europa in cambio del sostegno all’Ucraina. Un anno fa il ministro alla Guerra Pete Hegseth, proprio alla vigilia del vertice Nato dell’Aja, dove si decise di alzare la soglia dei contributi al 5% del Pil, sollecitò i partner con parole ruvide, chiedendo loro di adeguarsi al mercato dell’industria militare di Washington. Non tutti lo hanno fatto. L’Italia è tra questi. Le ragioni sono tante. Calcolo politico, sensibilità pacifista molto spiccata nell’opinione pubblica italiana, antiamericanismo diffuso, crisi economica e inflazione. Un po’quello che è successo anche con il Safe, altra piattaforma di investimenti per la Difesa, in forma di prestiti, questa volta tutta made in Ue, a cui il governo di Meloni non ha ancora chiesto l’accesso. Ma le ragioni potrebbero essere allargate anche a un clima di fiducia che genericamente è venuto meno tra la premier e il presidente dopo tre eventi della scorsa primavera: la sconfitta di Meloni al referendum sulla Giustizia, la caduta politica di Viktor Orbán in Ungheria e la guerra in Iran, scatenata da Trump senza alcuna condivisione con gli alleati europei. Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, seppure con maggiore prudenza rispetto ad altri partner europei, Roma si sarebbe progressivamente avvicinata alla linea della «de-americanizzazione» teorizzata da Emmanuel Macron e il belga Bart De Wever già durante il vertice straordinario dello scorso gennaio, quando Bruxelles provò a reagire alle minacce americane sulla Groenlandia.