Poco prima che Giorgia Meloni si colleghi al tele-summit con i leader europei e Zelensky, Matteo Salvini piccona i «guastatori occidentali», quelli che a suo dire intralcerebbero gli sforzi di Trump. Ai microfoni della radio di via Bellerio, il capo del Carroccio li menziona uno a uno: «Macron, Starmer, Merz…». Tutti compagni di call della premier, alle sette di sera, alla vigilia del faccia a faccia in Florida tra il presidente ucraino e l’inquilino della Casa bianca.
È una call abbottonatissima, quella a cui partecipa Meloni. Pesano i leak trapelati dagli ultimi vertici, ricordano fonti italiane. E nessuno, inclusa la premier, ha voglia di innervosire Trump.. Dunque la presidente del consiglio offre una posizione di generico «sostegno a Kiev». Sui territori, il vero nodo in questa fase, spiega, deve decidere l’Ucraina. Quanto alla centrale nucleare di Zaporizhzhia non si sbilancia: l’Italia, come gli altri europei, non sa cosa ci sia scritto nei documenti che fanno la spola tra Washington e Kiev in queste ore. Meloni ribadisce il no all’invio di truppe sul campo, nonostante il pressing franco-britannico. Apprezza che l’Ucraina ricordi il modello dell’articolo 5 della Nato, proposta italiana. E mette a verbale il solito auspicio: «Mai come in questo momento» è importante «mantenere l’unità tra partner europei, Ucraina e Stati Uniti». Solo se l’Occidente eviterà di sfarinarsi, «la Russia può essere posta di fronte alle proprie responsabilità e spinta a mostrare una reale disponibilità a sedere al tavolo». L’obiettivo è sempre quello: svelare i bluff del Cremlino.







