L’Agenzia italiana del farmaco torna a dire no alla rimborsabilità dei due anticorpi monoclonali anti-amiloide per il trattamento della malattia di Alzheimer in fase precoce. La Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco (Cse) di Aifa, nella seduta di giugno, ha confermato l’orientamento contrario già espresso lo scorso marzo, quando un primo parere negativo era stato accompagnato dalla precisazione che l’iter valutativo non fosse ancora concluso. Il secondo no riapre lo scontro tra agenzia regolatoria, aziende farmaceutiche, società scientifiche e associazioni dei pazienti, che da mesi attendono l’accesso a quelle che vengono definite le prime terapie in grado di rallentare, anche se non di arrestare, la progressione della malattia. Le motivazioni di Aifa La Cse ha spiegato che non sono stati raggiunti i requisiti minimi per l’ammissione alla rimborsabilità da parte del Ssn, giudicando ‘modesto’ l’effetto clinico dei due farmaci: a 18 mesi la differenza media rispetto al placebo, misurata con la scala CDR-SB, è stata di -0,5 punti per lecanemab e -0,69 per donanemab, sotto la soglia di rilevanza clinica. Le analisi a 36 mesi, basate sul confronto con le coorti esterne del database Adni, suggerirebbero un beneficio crescente nel tempo, ma la Commissione invita alla cautela per i possibili bias di confronti non randomizzati e per la considerevole quantità di dati mancanti. Pesano inoltre i rischi legati alle Aria, le anomalie di imaging da amiloide (edema o microemorragie), che aumentano in presenza degli alleli APOEe4 e restano incompletamente caratterizzate nel lungo periodo, insieme alla complessità organizzativa della selezione dei pazienti. Aifa richiama infine le raccomandazioni delle linee guida dell’Iss a favore di interventi non farmacologici come la stimolazione e il training cognitivo. La reazione delle aziende Le due aziende farmaceutiche produttrici hanno espresso pubblicamente il proprio disappunto. Eisai, che produce lecanemab, parla di “disappunto e rammarico” e richiama i dati a lungo termine del proprio farmaco: “dopo quattro anni di trattamento, sostiene l’azienda, lecanemab ha dimostrato una riduzione del rischio del 56% di progressione verso gli stadi più gravi della Malattia di Alzheimer, quelli associati alla perdita progressiva dell’autonomia e a un crescente bisogno di assistenza, con circa otto pazienti su dieci che rimarrebbero negli stadi iniziali della malattia nello stesso arco di tempo”. Anche Lilly, che produce donanemab, contesta la decisione della Cse. L’azienda sottolinea come si tratti di terapie già autorizzate dall’Agenzia europea dei medicinali (Ema), ragion per cui i pazienti potranno, comunque, continuare ad accedere ai trattamenti a base di donanemab presso i centri di riferimento delle rispettive Regioni. Eli Lilly Italia, aggiunge la nota aziendale, “continuerà inoltre a collaborare con i centri italiani per migliorare l’accessibilità economica del trattamento per i pazienti che vi accedano attraverso risorse private”. La protesta delle associazioni dei pazienti Durissima la reazione delle associazioni. L’Associazione italiana malattia di Alzheimer (Aima) parla di “profonda indignazione per la decisione della Commissione di confermare, per la seconda volta, il proprio orientamento contrario alla rimborsabilità delle prime terapie in grado di rallentare la progressione della malattia di Alzheimer nelle sue fasi iniziali”. Secondo Aima, il secondo no della Cse “priva i pazienti della possibilità di accedere alle prime terapie innovative e rischia di lasciare ancora una volta immutato il sistema di assistenza all’Alzheimer nel nostro Paese”. Sulla stessa linea la Federazione Italiana Alzheimer, che esprime “profondo dispiacere e disappunto”. Secondo il segretario Mario Possenti “negare la rimborsabilità di questi farmaci significa che solo chi ha avrà le possibilità economiche potrà accedere alle nuove terapie. Non si tratta della cura definitiva, ma sono farmaci decisivi perché permettono ai malati di guadagnare tempo ed in una malattia come questa guadagnare tempo è qualcosa di prezioso”. La proposta delle società scientifiche Una posizione più articolata, e apertamente orientata alla ricerca di un compromesso, è quella espressa in una nota congiunta dalla Società Italiana di Neurologia (Sin), dalla Associazione Autonoma Aderente alla Sin per le Demenze (Sindem) e dalla Società delle Scienze Neurologiche Ospedaliere (Sno), datata 3 luglio 2026. Le tre società prendono atto della decisione della Cse, ma ricordano che, come precisato dalla stessa Aifa, l’iter valutativo dei due farmaci non risulta ancora definitivamente concluso, trattandosi di una decisione intermedia in attesa delle controdeduzioni che le aziende produttrici potranno presentare. È proprio in questa fase istruttoria ancora aperta, sottolineano, che le società ritengono utile offrire il proprio contributo scientifico e clinico. Nel merito, Sin, Sindem e Sno chiedono un affinamento dell’analisi dei trial registrativi che sposti l’attenzione dalla popolazione complessiva degli studi verso quei sottogruppi di pazienti le cui traiettorie di malattia appaiono più suscettibili di un beneficio clinicamente misurabile. Le società propongono un perimetro d’uso più circoscritto, monitorato nell’ambito di un’attività clinica post-marketing, riferito ai pazienti con malattia biologicamente già attiva e clinicamente ben definita, che abbiano mostrato benefici funzionali e cognitivi oltre al noto effetto sui marcatori biologici. Una selezione più stringente dei candidati al trattamento, sostengono, supportata da criteri diagnostici clinicamente condivisi, potrebbe rendere più solido il rapporto beneficio-rischio su cui si fonda la decisione regolatoria, mentre gli strumenti già disponibili per la stratificazione del rischio e per l’organizzazione territoriale permetterebbero di massimizzare il rapporto costo-efficacia su una popolazione selezionata. Le tre società avanzano inoltre la proposta di un programma nazionale, affidato alla regia di Aifa, basato su un modello di ‘Coverage with evidence development’; che coinvolga le aziende titolari delle autorizzazioni all’immissione in commercio, con l’obiettivo di generare nuove evidenze, utili alle future decisioni regolatorie. Sin, Sindem e Sno chiedono infine ad Aifa di essere ascoltate in audizione presso la Cse, per offrire un contributo tecnico sulle possibili evoluzioni del dossier, sui criteri di selezione dei pazienti e sui percorsi diagnostico-assistenziali necessari per un impiego appropriato e sostenibile delle due terapie. “Come neurologi siamo i primi a richiedere rigore nella valutazione di farmaci che comportano rischi non banali e un impegno organizzativo importante per i centri – si legge nella nota congiunta delle società scientifiche – Ma proprio questo rigore ci porta a chiedere che la valutazione si concentri sui pazienti che possono realmente trarne beneficio, con esiti misurati sul piano clinico. Riteniamo sia utile riaprire un confronto costruttivo tra Aifa, Iss, società scientifiche, associazioni dei pazienti e aziende, nell’interesse delle persone con Alzheimer e delle loro famiglie”. Il dossier resta dunque aperto: mentre le aziende rivendicano i risultati dei propri studi e le associazioni denunciano il rischio di una sanità a due velocità, le società scientifiche scommettono sulla possibilità di individuare, attraverso un confronto tecnico con il regolatore, una platea più ristretta di pazienti per i quali il rapporto tra benefici e rischi possa risultare più favorevole.