Il clamore attorno al caso Balogun non mi stupisce minimamente. Dietro le durissime critiche istituzionali, dietro lo sconcerto degli uomini di calcio e dei tifosi di tutto il mondo, oltre gli spiacevoli sospetti d’ingerenza, i giudizi severi e l’ironia dei social, c’è la consapevolezza di una decisione gravissima che non esito a definire una vergogna. La sospensione di una squalifica, oltre a scolpire un precedente pericolosissimo, mina i valori del calcio e in assoluto dello sport unitamente alla credibilità di un Mondiale che, riscrivendo equilibri tecnico-tattici in barba a sanzioni comminate e al rispetto dei regolamenti e del fair play, può offrire la sensazione d’essere truccato. Insostenibile.
Il caso Balogun diventa un meme: l’arbitro mostra il rosso e lui risponde con il "cartellino Trump"
L’ho detto a caldo, dibattendomi tra stupore e amarezza, e lo ribadisco aggiungendo la mia voce a un coro senza confini: dal presidente della nostra Federcalcio, Giovanni Malagò, che ha parlato di “assurdità”, al numero uno dell’Uefa, Aleksander Ceferin, che definisce l’intervento Fifa “ingiustificabile” e denuncia una “linea rossa superata”. In prima fila, ovviamente il Belgio, avversario degli Stati Uniti, che aveva giustamente messo in conto la squalifica: condivido le parole della Federazione di Bruxelles (“Siamo esterrefatti, è contro ogni logica”) e il sarcasmo del ct Rudi Garcia che evoca il primo aprile, non avrei tuttavia presentato il ricorso, pur giuridicamente legittimo: sarebbe stato bello rispondere solo sul campo, ripristinare i valori calpestati a prescindere dal risultato.










