Vladimir Putin «sente la pressione e vuole porre fine alla guerra» in Ucraina. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump arriva ad Ankara per un vertice della Nato che si preannuncia decisamente teso. Indubbiamente la questione Ucraina terrà banco, con la presenza del presidente di Kiev Volodymyr Zelensky (previsto forse già oggi un colloquio con Trump). «È fondamentale – scrive Zelensky – che gli Stati Uniti e i nostri partner europei lascino il vertice con decisioni forti a favore della nostra difesa aerea e quindi della protezione della vita dei cittadini comuni». L’occhio è anzitutto ai Patriot Usa, cruciali per fermare i missili intercontinentali russi. La fine del conflitto, ha affermato ieri Trump, «è molto più vicina di quanto si creda. Andremo al vertice Nato e penso che la questione possa essere risolta».I dubbi restano sul come, finora Trump è apparso aperto alle pretese di Putin di ottenere a tavolino anche le aree del Donbass tuttora controllate da Kiev. Sabato ha avuto novanta minuti di telefonata con il presidente russo. Il quale più volte ha dimostrato di saper fare breccia nel leader Usa. Trump, diceva ieri il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, «ha una posizione piuttosto coerente, sono balle che stia cambiando idea», anzi «è aperto ad ascoltare le informazioni che gli passa Putin».Ma almeno, è quasi sicuro che il vertice approverà 140 miliardi di euro (70 l’anno tra il 2026 e il 2027) di aiuti militari all’Ucraina: il blocco italiano appare superato. «La Russia – ha dichiarato ieri ad Ankara il segretario generale Mark Rutte – continua a sferrare attacchi con droni e missili contro le città ucraine. E vorrei essere chiaro: tutti gli alleati devono fare la loro parte affinché il nostro sostegno all’Ucraina continui ad arrivare, perché la sicurezza dell’Ucraina è strettamente legata alla nostra».In realtà, al di là dell’Ucraina, il grosso della discussione verterà sui soldi. E cioè sugli investimenti degli alleati, soprattutto europei, per raggiungere il famoso 5% del Pil (3,5% difesa vera e propria e 1,5% di investimenti collegati) entro il 2035 concordato lo scorso anno al vertice Nato dell’Aja. Nelle scorse settimane Trump è stato sprezzante con gli europei, definendo «ridicoli» i loro sforzi. I dati gli danno torto: «L’anno scorso – ha sottolineato Rutte – gli alleati europei e il Canada hanno speso circa il 20% in più sulla difesa vera e propria rispetto all’anno prima. Guardando al 2025 e 2026 combinati, vuol dire 258 miliardi di dollari di investimenti aggiuntivi» . Washington, però, resta insoddisfatta e continua a premere.Trump, ha dichiarato l’ambasciatore Usa alla Nato Matthew Whitaker, «si aspetta che tutti gli alleati mostrino ragionevoli traiettorie di aumento nella spesa di difesa». Questo perché «il nostro obiettivo rimane di passare il peso della difesa convenzionale dell’Europa ai nostri alleati europei». Rutte conferma. «Qui ad Ankara – ha dichiarato – mi aspetto che i Paesi presentino piano chiari, concreti e credibili per raggiungere l’obiettivo del 5%».Il punto è che i livelli di spesa variano notevolmente. C’è da una parte un blocco di Paesi che effettivamente hanno fortemente aumentato la spesa e sono sulla buona via per rispettare gli impegni. Così la Germania (che ha piani per 183 miliardi di euro entro il 2030), i Paesi scandinavi. Ancor più la Polonia, la Lituania e l’Estonia, tutte oltre il 4%. C’è, però, l’altro fronte dei “ritardatari”, tra cui spiccano Italia (che promette un aumento dello 0,7% del Pil per arrivare al 2,8% complessivo), la Spagna (con il premier Pedro Sánchez che rifiuta di andare oltre il 2,1%) e la Francia che programma una spesa del 2,5% entro fine decennio. Ancora più indietro sono Repubblica Ceca, Slovenia e Albania. «Naturalmente – afferma sibillino Rutte – se qualcuno ancora deve essere convinto abbiamo i mezzi per farlo». Sono in molti ad aspettarsi l’ennesima sfuriata da parte di Trump, oltretutto ancora furibondo per il mancato appoggio alla sua guerra contro l’Iran.Del resto, gli americani si aspettano che l’aumento delle spese di difesa porti vantaggi alle imprese del settore Usa, mentre l’Europa vorrebbe rendersi più indipendente su questo fronte (con una serie di piani messi a punti dalla Commissione Europea). «Non ci piacciono – ha dichiarato ancora l’ambasciatore Usa Whitaker – i toni protezionistici che sentiamo spesso nel quadro di varie iniziative di difesa europee. È possibile che la questione sarà affrontata al vertice». Oggi, peraltro, a margine del summit si tiene ad Ankara il Forum sull’industria della difesa durante il quale, ha detto Rutte, «annunceremo nuovi contratti per decine di miliardi».Sullo sfondo la consapevolezza che, almeno con Trump, gli Usa sono alleati più incerti. Anche se Whitaker ha smentito gli Usa vogliano abbandonare l’Europa. «Restiamo – ha sottolineato – un orgoglioso membro della Nato ma abbiamo responsabilità altrove nel mondo». «Non è sostenibile – gli fa eco Rutte – chiedere a un Paese con 350 milioni di abitanti che vivono a otto ore di volo da qui di difenderci dai russi, con 600 milioni di persone che vivono in questa parte del territorio Nato, la parte più ricca del mondo, essendo così eccessivamente dipendente dagli Stati Uniti». L’obiettivo è un’alleanza in buona sostanza sotto egida europea, quella che il segretario Rutte ha ha già ribattezzato “Nato 3.0”.