Storica fra le più autorevoli d’America, docente ad Harvard, firma del New Yorker e Pulitzer 2026 con "We the People", Jill Lepore ha raccontato gli Stati Uniti in "Queste verità" (Rizzoli, 2020). A lei chiediamo di leggere i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza con lo sguardo lungo della storia: per capire che cosa resta, oggi, dell’esperimento americano.Quali sono stati i momenti di svolta in questo quarto di millennio che più di altri hanno definito gli Usa?«Quest’anno celebriamo la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, ma anche l’inizio del costituzionalismo scritto. Indico alcune grandi ere. Gli anni Venti dell’Ottocento, con Andrew Jackson, quando la nazione divenne più democratica, con la concessione del diritto di voto anche agli uomini bianchi (meno abbienti, ndr) che ne erano stati esclusi. Poi la Guerra civile, dal 1861 al 1865, che portò a una sorta di riscrittura della Costituzione. Un altro passaggio decisivo fu la Progressive Era, tra il 1890 e il 1930, con grandi riforme dello Stato per rispondere alle conseguenze del capitalismo industriale: dal voto alle donne all’imposta federale sul reddito. Ancora, il New Deal di Franklin Roosevelt e la Seconda guerra mondiale, quando la storia americana e quella europea diventano inseparabili e gli Stati Uniti emergono come superpotenza globale. La vita americana moderna resta ancora nell’ombra della Guerra fredda. E infine l’11 settembre 2001, che segna una nuova era della politica estera americana, sconsiderata».Come definirebbe il periodo in cui viviamo oggi?«Gli ultimi dieci anni, dal 2015-2016 a oggi, possono essere descritti come l’era Trump. Gli Usa vivono il livello più alto di polarizzazione politica mai misurato, insieme alla più alta disuguaglianza di reddito. Due fenomeni legati: è difficile correggere la disuguaglianza se il Congresso è paralizzato. E il Congresso è paralizzato proprio dalla polarizzazione. Una delle cause è l’influenza dei social media sulla politica».Tema del suo prossimo libro.«Parlerà di “Stato artificiale”. Le democrazie costituzionali liberali occidentali, come le conoscevamo, in realtà non esistono più. Oggi il discorso pubblico non è più davvero pubblico, le piattaforme attraverso cui comunichiamo sono proprietà di grandi corporation private, per lo più americane, e sono dominate sempre più da robot. È la terza volta che ci viene raccontata la stessa storia: prima Internet avrebbe dovuto promuovere la democrazia e sconfiggere l’autoritarismo; lo stesso è stato detto dei social; ora lo si ripete per l’intelligenza artificiale. Le prove mostrano altro».Tra i presidenti americani, chi ha fatto di più per rafforzare l’identità nazionale e gli ideali democratici?«Direi Abraham Lincoln. Negli Stati Uniti si tende a sopravvalutare il ruolo del presidente. Nel tempo, è diventato sempre più potente, a scapito dell’equilibrio previsto dalla Costituzione. Ma Lincoln governò prima che quel potere crescesse e fu straordinario nel guidare il Paese attraverso una guerra che avrebbe potuto dissolvere la Repubblica. Fu un grande oratore, il discorso di Gettysburg resta il più grande della storia americana».Quale contraddizione fondativa l’America ha affrontato di più e quale resta ancora irrisolta?«Credo che la sovranità delle nazioni native sia la questione meno risolta. All’inizio della Repubblica furono fatte molte promesse ai popoli nativi poi mai implementate. Le campagne militari contro di loro nell’Ottocento furono di una violenza enorme e la povertà in cui vivono ancora oggi molti nativi resta un’accusa permanente. Sull’eredità della schiavitù il percorso è ancora oggetto di dibattito, ma ci sono stati emendamenti costituzionali e fattori di cambiamento».Se gli americani potessero riascoltare oggi una voce del loro passato, quale dovrebbe essere?«Frederick Douglass, in particolare il suo discorso del 1869, A Composite Nation. L’abolizionista nero diceva che la forza degli Stati Uniti era essere una nazione composita, fatta di molti popoli. Quel messaggio è cruciale in un momento in cui l’amministrazione Trump contesta la cittadinanza per nascita e un forte movimento nazionalista bianco cerca di negare quei principi».
La Repubblica torni a guardarsi indietro - Il colloquio con Jill Lepore
Alla docente ad Harvard, firma del New Yorker e Pulitzer 2026 chiediamo di leggere i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza con lo sguardo lungo della stor












