Si chiama America 250 e ne sentiremo parlare fino alla noia. È la celebrazione del duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, iniziativa lunga un anno che culminerà il 4 luglio 2026. Attenzione: il 2026 non è certo un anno banale nelle traiettorie statunitensi. L’espressione elettorale di medio termine del prossimo novembre rappresenta il referendum decisivo che metterà chiarezza tra le indicazioni divergenti che in questo momento arrivano dall’altra sponda dell’Atlantico.

Si capirà, ad esempio, se la virata di arcigno conservatorismo passatista, innestata dal dilagare del dettato Maga, è definitivamente entrato nel circolo vitale della nazione. Se quegli attuali scenari politici possiedano l’elasticità democratica necessaria a consentire la convivenza politica di un J.D. Vance e di un Zohran Mamdani. Se ai principi di verità e realtà verrà restituita l’indispensabile centralità nelle descrizioni del confronto politico, della società nazionale e di quella internazionale, oggi sottoposte a incontrollati slittamenti che hanno destabilizzato l’opinione pubblica americana.

Ed ecco che l’evento, battezzato “United States Semiquincentennial”, si propone l’obiettivo di coinvolgere gli americani, le istituzioni e il settore privato in una riflessione collettiva sul passato della nazione, cercando ispirazione per le generazioni future. Ma la commemorazione è già travolta da controversie incentrate sulla politicizzazione e sulle lotte di potere nell’ambito della commissione incaricata di guidarla. I temi della polemica sono chiari e si riassumono nel tentativo di sfruttare l’anniversario e il calendario di eventi a fini propagandistici, con Donald Trump principale inquisito al riguardo.