La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per il modo in cui è stata valutata una denuncia per violenze domestiche e abusi sessuali, censurando sia i ritardi della giustizia civile e penale sia l'utilizzo di motivazioni giudicate "sessiste e stereotipate" da parte di una pubblico ministero nella richiesta di archiviazione.Al centro della vicenda c'è la storia di Audrey Ubeda, oggi 42 enne, che nel 2021 denunciò il compagno per ripetuti episodi di violenza avvenuti all'interno delle mura domestiche. Secondo quanto ricostruito, gli abusi si sarebbero consumati anche in presenza dei figli della coppia.Nella richiesta di archiviazione, la pm sostenne che fosse difficile dimostrare la consapevolezza dell'indagato circa la mancanza di consenso al rapporto sessuale, affermando che fosse "anche comune dover vincere quel minimo di resistenza che ogni donna, nel corso di una relazione stabile e duratura, nella stanchezza delle incombenze quotidiane tende a esercitare quando un marito tenta un approccio sessuale". Un passaggio che la Corte di Strasburgo ha ritenuto espressione di stereotipi di genere incompatibili con i principi di tutela delle vittime di violenza.La sentenza evidenzia inoltre come le autorità italiane abbiano impiegato tempi eccessivamente lunghi nel rispondere alle richieste di protezione e nell'accertamento dei fatti, compromettendo l'effettività della tutela garantita dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.Tra gli episodi contenuti nella denuncia figurava anche un grave episodio in cui, secondo gli atti, l'uomo avrebbe puntato un coltello alla gola della donna mentre in televisione si parlava di un caso di femminicidio. Nonostante ciò, la prima richiesta di archiviazione non ritenne sufficienti gli elementi raccolti.Successivamente, il giudice per le indagini preliminari respinse la richiesta di archiviazione. Il procuratore capo della Procura di Benevento dispose quindi l'assegnazione del fascicolo a un'altra pubblico ministero, che chiese il rinvio a giudizio dell'imputato. Il procedimento si è concluso in primo grado con una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione. L'uomo è attualmente libero in attesa del giudizio di appello.La decisione della Corte europea rappresenta un importante richiamo nei confronti dello Stato italiano sull'obbligo di garantire delle indagini tempestive, efficaci e prive di pregiudizi nei casi di violenza di genere. I giudici hanno ribadito che stereotipi e convinzioni culturali non possono influenzare la valutazione delle denunce né compromettere la tutela delle vittime.Dopo la sentenza, Audrey Ubeda ha espresso tutta la propria soddisfazione: “Oggi mi sento rinascere, questa è una vittoria di tutte le donne che spero aiuti a non far accadere mai più nulla del genere”.