Vicino Napoli, a Castellammare di Stabia, c'è una nave da rifornimento di supporto logistico e ospedaliero in bilico. Si chiama Prometeo, la sta costruendo Fincantieri e vale 345 milioni di euro. Il cantiere aspetta ancora di sapere con quali fondi si andrà avanti, dopo che Roma ha rallentato l'accesso ai prestiti europei per la difesa su cui contava anche questo genere di commesse. Non è un caso isolato. Più a nord, negli stabilimenti di Leonardo, si attende per capire quando partirà la produzione dei nuovi carri armati Panther. Oltre 270 unità per 8,4 miliardi di euro e coperture ancora da trovare. Stessa cosa per il cingolato Lynx, oltre mille esemplari per 15 miliardi complessivi, di cui 8,4 già stanziati con fondi nazionali ma altrettanti ancora al palo. Un conto che sfiora i 17 miliardi di euro solo per questi due programmi, intestato a quel “disarmo populista” che il governo Meloni sta portando avanti in vista delle elezioni.
Non si tratta di ipotesi di spesa, ma di contratti già annunciati, alcuni dei quali già parzialmente firmati, che aspettano però ancora di essere coperti. L’impegno era finanziarli tramite il fondo Safe, il prestito che l'Unione europea mette a disposizione degli stati membri per sostenere proprio questo tipo di acquisti. L'Italia aveva ottenuto 14,9 miliardi lo scorso autunno, pensando di poterli usare per colmare in un colpo solo diverse lacune della difesa, dai carri armati ai droni. Eppure, da allora, non li ha più reclamati, e anzi ha rimandato ogni decisione all'autunno, quando si saprà anche se il deficit ci permetterà di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo.











