«La scadenza era ieri». Lo ha detto la Commissione Europea sul fondo «Safe»: la linea di prestiti agevolati da 150 miliardi di euro che l’Unione Europea ha messo sul piatto per il riarmo e l’industria della difesa. Lo ha fatto subito dopo avere letto del ministro della difesa Guido Crosetto che ieri ha provato l’ennesima manovra per non prendere i 14,9 miliardi prenotati dal governo e rinviarli alle calende greche: «Mi risultano tempi maggiori e quindi potremmo magari usarlo per finanziare gli impegni del 2027» ha detto Crosetto. La risposta di Bruxelles: non se ne parla, i soldi che avete chiesto li dovrete prendere «entro l’anno». Altrimenti saranno riallocati. Va detto che a Bruxelles si sono chiariti le idee. Solo la settimana scorsa il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis aveva confessato di non avere idea della scadenza. Ieri ha parlato il portavoce della Commissione Ue Thomas Regnier. E non è stato smentito. Colto in castagna, allora il governo ha fatto un’altra mossa. Ha aperto le porte alle voci «da Palazzo Chigi». Crosetto ha detto che i fondi saranno presi entro quest’anno e impiegati forse in due.

Ma non è finita qui. Le «voci» sono state usate per scaricare il peso dell’impopolare «Safe» dalle spalle del governo a quelle del parlamento. Una mossa d’alta scuola pilatesca: il fondo verrà attivato solo se le Camere solleveranno e delibereranno una clausola di salvaguardia nazionale per derogare al Patto di Stabilità. Questa idea era stata suggerita da Meloni in uno degli interventi fatti alle Camere nelle scorse settimane. Ed è stata confermata ieri. Si direbbe in realtà un’inversione della prassi istituzionale per cui è il governo a dover proporre e non il Parlamento a doverlo anticipare. Visti i numeri della maggioranza nelle due camere è chiaro che passerebbe qualsiasi cosa proponga il governo. Cosa che accadrà quando sarà il momento.