"We the People” sono le celebri e iconiche tre parole della Costituzione degli Stati Uniti d’America, firmata a Filadelfia nel 1787. Con questa dichiarazione entra in scena quella che possiamo definire la prima democrazia della modernità, in contrasto con una patria d’origine ancora retta, dall’Inghilterra all’intera Europa, dal potere di monarchi o imperatori. Prima di allora, la storia degli Usa era stata una vicenda di continua espansione e trasformazione: nata nel 1776 dalle tredici colonie ribelli che si erano staccate dalla Gran Bretagna, il 4 luglio dichiararono l’indipendenza con la celebre Dichiarazione di Thomas Jefferson e nel 1783 vinsero la Guerra d’Indipendenza con l’aiuto della Francia e della Spagna e con il riconoscimento da parte del Trattato di Versailles. Grazie al successo conseguito e all’acquisto della Louisiana dalla Francia nel 1803, i coloni americani poterono avviare la Corsa all’Ovest (la famosa “Conquista del West”), confinando i nativi americani nelle riserve.Si comprende così l’interesse che ha spinto nel 1830 un grande aristocratico francese come Alexis de Tocqueville a visitare gli Stati Uniti in un celebre viaggio documentato in quella straordinaria opera dal titolo “La democrazia in America”. La novità della democrazia americana è dovuta, secondo Tocqueville, a due fattori: l’immensità di un territorio che si estende per due oceani e consente pertanto di praticare una frontiera mobile come ammortizzatore dei conflitti territoriali; e la compresenza di una pluralità di sette cristiane. Entrambi questi fattori danno luogo a una sfera pubblica in cui opinioni diverse possono liberamente interagire fra loro. Tocqueville è sorpreso dell’ampia presenza nei dibattiti pubblici americani non solo di uomini politicamente attivi, ma soprattutto di molte donne. E tuttavia, la vera minaccia della democrazia americana è rappresentata dal prevalere dell’utilitarismo economico. Ovunque io mi volga, scrive Tocqueville nel capitolo finale del Libro Primo de La democrazia in America, non vedo nulla che assomigli alle realtà di cui ho finora fatto esperienza. E conclude: «Quando il passato non illumina più l’avvenire, lo spirito procede attraverso le tenebre». Ma è un aspetto psico-antropologico che, per Tocqueville, al tempo stesso colpisce e turba nello scenario della democrazia americana: l’individualismo, la proliferazione di soggetti acquisitivi, di individui imprenditori di sé stessi. Va tuttavia considerato che Tocqueville muore nel 1859, due anni prima dell’inizio della guerra di secessione americana: una vera e propria guerra civile che durerà dal 1861 al 1865 sotto la guida di Abraham Lincoln, sedicesimo Presidente degli Stati Uniti che condurrà gli Stati del Nord alla vittoria contro l’economia schiavista degli Stati del Sud, dichiarando liberi gli schiavi e, nel celebre discorso di Gettysburg del 19 novembre 1863, riaffermando l’impegno della democrazia americana come una nazione «del Popolo, dal Popolo, per il Popolo». Lincoln pagò con la morte il suo coraggio, assassinato il 14 aprile 1865 al Ford’s Theatre di Washington dal sudista John Wilkes Booth. Ma la sua figura rimane centrale nella storia americana per aver salvato l’unità degli Stati Uniti ponendo fine alla schiavitù tramite il XIII Emendamento.La vicenda americana è segnata da contrasti e tensioni profonde. Eppure è proprio questa tensione che ha reso l’esperienza statunitense un laboratorio permanente della democrazia moderna. A due secoli e mezzo di distanza da quel “We the People”, gli Stati Uniti si presentano al mondo attraversati da polarizzazioni profonde, disuguaglianze crescenti e nuove sfide alla qualità del dibattito pubblico. Non è dunque soltanto il compleanno di una nazione. È l’occasione per riflettere sullo stato di salute della democrazia stessa. Il vero lascito del 1776 non è una formula istituzionale perfetta, ma un’idea rivoluzionaria: che nessun potere possa considerarsi legittimo se non accetta di essere interrogato dai cittadini. Tuttavia, qualcosa di nuovo accade nel XX secolo. A partire dalla Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si affermano come la potenza egemone del Pianeta, grazie alla capacità di andare oltre l’antico dualismo Terra-Mare. L’egemonia americana che ha segnato il XX secolo si affida all’aria: alla velocità degli aerei e delle bombe atomiche. Gli Stati Uniti d’America, modello dell’Occidente democratico, sono stati i primi a sganciare, il 6 e il 9 agosto 1945, due ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki, con un risultato oscillante tra 160.000 e 246.000 morti in stragrande maggioranza civili. Resta l’unico uso di armi atomiche nella storia dei conflitti armati. E quel che è certo, al di là delle assurde giustificazioni da parte dei capi militari, è che le vittime civili furono colpite indiscriminatamente. Nessun tribunale internazionale ha mai giudicato quegli atti e nessun presidente americano ha mai chiesto scusa. Nei decenni successivi gli Stati Uniti costruirono il loro ordine mondiale con sostegno a regimi militari, interventi diretti o indiretti in America Latina, Medio Oriente, Asia. Il Vietnam, il golpe in Cile del 1973. Un catalogo di scelte politiche che avrebbero fatto rabbrividire il grande Lincoln. E che hanno determinato le reazioni terroristiche dell’11 settembre 2001 con i 2.900 morti delle Torri Gemelle. E ora abbiamo a che fare con quel fenomeno che è stato giustamente chiamato lo “Tsunami Trump”: vero e proprio ripiegamento autocratico che non può non suscitare angoscia in chiunque abbia amato tutte le cose straordinarie che l’America ha dato al mondo: nella cultura e nell’arte, nel cinema e nella musica. Rinasci, grande America: con l’orgoglio di essere la prima democrazia della modernità!
Stati Uniti, una democrazia da ricostruire
A due secoli e mezzo dal celebre “We the People”, gli Usa si presentano al mondo attraversati da polarizzazioni, disuguaglianze crescenti e nuove sfide alla qua













