«Nessuno ci toglierà Prosfygika», aveva dichiarato l’attivista greca Suzon Doppagne durante il suo sciopero della fame durato 55 giorni. Doppagne si riferisce a una comunità che da sedici anni sperimenta una forma di convivenza alternativa nel cuore di Atene. «Prosfygika non è un progetto vuoto. Quello che abbiamo costruito è una proposta sociale concreta, una struttura viva che risponde a bisogni reali. Uno sgombero avrebbe un costo in termini di vite umane». È anche per questo che, insieme ad Aristotelis "Aristos" Chantzis, ha scelto lo sciopero della fame. Lo scorso 24 giugno i due attivisti hanno sospeso la protesta dopo la decisione del Consiglio comunale di Atene per il congelamento dell'accordo tra la Regione dell'Attica e gli enti pubblici coinvolti nel progetto di “riqualificazione” dell’area. È una vittoria non definitiva, ma sufficiente a interrompere lo sciopero.Chantzis aveva iniziato il digiuno il 5 febbraio arrivando quindi a rifiutare il cibo per 140 giorni. Due giorni prima della fine dello sciopero era stato ricoverato d'urgenza con un quadro neurologico grave. Il quartiere in lotta ha prodotto un primo risultato, ma la mobilitazione ad Atene continua. La vicenda riguarda un complesso residenziale che, a un primo sguardo, potrebbe sembrare uno dei tanti blocchi popolari del Novecento: otto edifici modernisti costruiti negli anni Trenta per ospitare i rifugiati greci espulsi dall'Asia Minore. Palazzi segnati ancora oggi dai fori dei proiettili della Dekemvriana, cioè gli scontri alla fine del 1944 ad Atene. Affacciati su Alexandras Avenue, tra la Corte d'Appello e la sede della polizia dell'Attica, una scritta sugli edifici di Prosfygika sintetizza il progetto politico: “our common language is resistance”.Negli anni Novanta il quartiere è stato progressivamente abbandonato, mentre si susseguivano progetti di demolizione e valorizzazione immobiliare. Tra il 2010 e il 2012 residenti storici, rifugiati, militanti anarchici e comunisti hanno dato vita alla Comunità degli Occupanti di Prosfygika (Sy.Ka.Pro), trasformando un'area marginalizzata in uno dei più grandi esperimenti di autogestione della Grecia. Oggi nella comunità vivono circa 400 persone provenienti da 27 Paesi. All’interno c’è una rete che gestisce ventidue strutture autonome tra cui un panificio collettivo, una farmacia sociale, un asilo, servizi educativi, spazi culturali, alloggi per chi accompagna i malati del vicino ospedale oncologico e numerosi progetti di mutuo soccorso. La gestione collettiva degli spazi, l'espulsione delle reti criminali che controllavano il quartiere e la condivisione delle abitazioni come bene comune sono stati i primi passaggi di un processo costruito nel tempo. Prosfygika è un modello sociale che cerca di sottrarre casa, cura e relazioni alla logica del mercato.Il conflitto è con la Regione dell’Attica che prevede una “riqualificazione” da circa 15 milioni di euro finanziata con fondi europei. Le autorità parlano di edilizia sociale e di foresterie per i familiari dei pazienti dell’ospedale, ma la comunità denuncia l'assenza di garanzie per gli attuali residenti e propone invece un piano di recupero elaborato insieme ad architetti e tecnici solidali, senza espulsioni. Gli abitanti di Prosfygika lottano per continuare a sperimentare una forma di organizzazione che, nel pieno della crisi abitativa e della gentrificazione di Atene, prova a dimostrare che un'altra gestione dello spazio urbano è possibile.