Nel mezzo di leofòros Alexàndras, una delle principali arterie della capitale greca, l’esploratore poco esperto di quel labirinto di palazzi dismessi che è Atene potrebbe rimanere, incuriosito, con il naso all’insù. Incastonata tra lo stadio della squadra di calcio del Panathinaikòs, pitturato di verde, la facciata austera della corte di appello di Atene, e il quartier generale della polizia ellenica, fa capolino una schiera di edifici fatiscenti color ocra, ricoperti di striscioni mossi dal vento. Sono i palazzi occupati di Prosfyghikà, in greco «le case dei profughi». In questo quadrante della capitale, dove il traffico sembra perenne, una comunità di quattrocento persone sta lottando con tutte le sue forze per impedire lo sgombero voluto dal governo e il riconoscimento di «un esperimento unico di edilizia sociale», come non si stancano di ripetere gli abitanti, in un Paese in cui, di fatto, non esiste alcun programma di aiuto per la casa.

Per opporsi allo sfratto, uno dei residenti, Aristotelis Chantzis, ha portato avanti per quasi cinque mesi uno sciopero della fame, interrotto solo lo scorso mercoledì, dopo l’intervento del sindaco socialista di Atene, Haris Doukas, che si è impegnato a mediare tra i residenti e il governo. Arrivato a pesare appena trentacinque chili, Chantzis si trova ora in terapia intensiva. Anche un’altra residente, la belga Suzon Doppagne, ha posto fine al suo sciopero della fame, intrapreso lo scorso primo maggio.