Il cambiamento climatico è entrato stabilmente nel cuore dell’economia globale. Tra i segnali più evidenti c’è l’emergere di una nuova forma di pressione sui prezzi: la cosiddetta “inflazione climatica” o “climateflation”. Si tratta di un fenomeno che, secondo una crescente letteratura scientifica, sta già contribuendo all’aumento del costo della vita, in particolare attraverso il canale agricolo e alimentare.

Clima e carrello

Uno degli studi più citati sul tema, pubblicato nel 2024 su Nature, ha analizzato oltre 27mila indici mensili dei prezzi al consumo in 121 Paesi. Il risultato è chiaro: l’aumento delle temperature provoca un incremento significativo sia dell’inflazione alimentare sia di quella complessiva, con effetti che persistono per almeno 12 mesi. Shock destinati a ripetersi con maggiore frequenza all’intensificarsi del riscaldamento globale.

Il meccanismo alla base di questa spirale inflazionistica è, come detto, particolarmente evidente nel settore agricolo. Temperature elevate, siccità prolungate e precipitazioni estreme colpiscono la produttività delle colture, riducono le rese e destabilizzano l’offerta. E quando la produzione cala, i prezzi salgono.

Una dinamica lineare che, tuttavia, in un sistema globalizzato si amplifica: gli shock locali si propagano rapidamente sui mercati internazionali, aumentando volatilità e incertezza.