I termometri dettano la linea. Anche economica. La crisi climatica ha smesso di essere un’emergenza confinata ai bollettini meteorologici per trasformarsi in un rischio sistemico in grado di bruciare decimi di Prodotto interno lordo e alimentare l'inflazione in tutto il Vecchio Continente. "In realtà, la scomoda verità è che le ondate di calore sono passate in silenzio da evento meteorologico a variabile macro", certifica Carsten Brzeski, responsabile macro globale di ING. Il paradigma finanziario è mutato in modo radicale. "Il termometro, a quanto pare, è diventato un indicatore anticipatore". Il conto presentato dalla natura alle economie europee è più marcato che mai. Fino a 240 miliardi di euro in Francia, 147 miliardi in Italia, 131 in Germania, 120 in Spagna. Il costo economico di avere temperature sopra i 30 gradi Celsius, secondo Allianz Trade, è ben definito. Da oggi al 2030, secondo gli economisti della società tedesca, il conto è fatto: quasi 640 miliardi di euro solo per le quattro maggiori economie continentali. Non solo. I danni strutturali emergono con chiarezza in uno studio della Banca centrale europea (Bce) insieme con l’Università di Mannheim, concentrato sugli effetti dell’estate 2025. L’indagine, resa nota a marzo scorso, calcola che “l’economia europea ha perso circa lo 0,3% della produzione”. Una distruzione di valore destinata ad ampliarsi. Ma c’è di peggio, secondo la banca dei Paesi Bassi. Il capo economista Brzeski avverte che il salasso "potrebbe crescere fino a un accumulo dello 0,8% entro il 2029, tenendo conto degli effetti della perdita di produttività, delle interruzioni della catena di approvvigionamento e della riduzione delle entrate turistiche". A rischiare sono le nazioni credute al riparo dai rigori estivi. La Germania sconta ritardi infrastrutturali cronici. Berlino "si classifica al terzo posto tra le maggiori economie europee per perdite cumulative di calore fino al 2030", un deficit imputabile a edilizia e logistica "costruite per un clima più fresco e che non si sono adeguate". L'Eurotower misura il tonfo tedesco evidenziando un effetto negativo dello 0,1% sul Pil a impatto immediato, destinato a toccare un picco negativo dello 0,4% dopo otto mesi. Le analisi sulle annate più torride, come il 2003 e il 2018, stimano crolli del Pil continentale tra lo 0,3% e lo 0,5% per la sola flessione della produttività lavorativa. Come fa notare Heather Grabbe, senior fellow del think tank Bruegel, i rischi sono in aumento. E possono avere un riscontro economico avverso. La letteratura accademica, spiega, è numerosa: “La ricerca economica sugli impatti climatici si è concentrata sull'inflazione e sui prezzi, in particolare sull'impatto dell'aumento delle temperature e delle ondate di calore sui prezzi dei prodotti alimentari”. Oltre agli effetti diretti dell'aumento delle temperature in Europa, fa notare Grabbe, “i Paesi dell’Ue risentono anche dei cattivi raccolti in altre regioni. Ad esempio, la calda estate del 2010 ha fatto aumentare i prezzi agricoli globali del 30% e ha ridotto la crescita del Pil reale di circa 1,6 punti percentuali complessivamente in due anni”.