C’è qualcosa fra lo straniante e l’inaspettato nel vedere una nazione che ha sempre considerato il calcio uno sport straniero, di secondo piano, ritrovarsi improvvisamente a ospitare il torneo più importante del pianeta. Gli Stati Uniti stanno vivendo questi Mondiali come una scoperta collettiva, che a New York si respira ovunque. È un tifo randomizzato, quasi affettivo più che identitario: si formano alleanze che nessuno avrebbe previsto, gruppi che si emozionano per squadre di paesi con cui non hanno alcun legame storico.
«I Mondiali durano un mese e mezzo – ci dice Steven, che indossa la maglietta della Norvegia e con la Norvegia non ha mai avuto a che fare – c’è tutto il tempo per affezionarsi a squadre che non sapevi nemmeno che esistessero prima».
Il suo non è un caso isolato: porta con sé lo stesso entusiasmo che a giugno aveva travolto la città quando i Knicks avevano vinto il loro primo titolo Nba dal 1973. New York sembra aver riscoperto il gusto di tifare insieme, e i Mondiali sono arrivati al momento giusto per cavalcare quell’onda.
Ogni volta che ha giocato il Messico, per tutto il giorno in città è risuonato «¡Viva México!», in tutti i quartieri, non solo quelli a predominanza messicana.











