I Mondiali seguono sempre un copione predefinito. Per mesi sembrano un gigantesco problema organizzativo in cui si parla di logistica, trasporti, sicurezza, diritti televisivi, clima, polemiche con la Fifa, prezzi, infrastrutture, sempre con toni drammatici. Poi inizia la prima partita e tutto svanisce. Quando vanno in campo Messi, Mbappé o Lamine Yamal il dibattito cambia tono, una specie di incantesimo. Si parla solo di gol e dribbling, o delle papere dei portieri, e si fanno calcoli difficilissimi per valutare tutte le combinazioni possibili per gli scontri a eliminazione diretta.

C’è anche tutto il contorno, con i meme che hanno invaso i social e i resoconti originali di chi è sul posto. Quest’anno una parte centrale del racconto dei Mondiali non riguarda il campo ma la cornice. Per settimane Instagram e TikTok sono stati invasi da video di tifosi e giornalisti europei che entrano per la prima volta negli stadi americani. Le inquadrature sono quasi sempre le stesse: il tetto dello stadio di Atlanta che si apre come il diaframma di una macchina fotografica, gli schermi giganteschi sospesi sui campi, spalti che sembrano non finire mai. Gli stadi dei Mondiali 2026 – quelli degli Stati Uniti più di quelli messicani o canadesi – sembrano venire dal futuro.