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Aldo Cazzullo

È come se i verdeoro non avessero ancora assimilato le dure necessità del football del 21° secolo - pressing, tattica, possesso palla -, a cominciare dalla più importante: prima cosa, difendersi

DAL NOSTRO INVIATONEW YORK - Senza l’Italia, non è Mondiale; ma senza Brasile, non è calcio.Cos’è successo ai padroni del football internazionale? Dove sono finiti, non si pretende Didì, Vavà, Pelé, e nemmeno Romario&Bebeto, e neppure Ronaldinho, Rivaldo, Ronaldo, ma comunque una squadra in grado di arrivare in fondo al Mondiale? Senza nulla togliere ad Haaland, che ieri pareva davvero un guerriero vichingo che con la sua ascia faceva strage di spadaccini barocchi, eliminare il Brasile è diventato fin troppo facile.

Nel 2006 ci riuscì la Francia, nel 2010 l’Olanda, nel 2018 il Belgio, nel 2022 la Croazia; per tacere del disastroso 1-7 subìto in casa dalla Germania, il Mineirazo, la pagina più nera, che il Brasile non ha ancora cancellato nonostante si sia affidata al miglior tecnico su piazza: Carlo Ancelotti.Cos’è successo, allora? Il talento è un dio capriccioso, non bacia ogni generazione. Eppure almeno un fuoriclasse questo Brasile ce l’ha: Vinicius. Tra le tribune del MetLife, nelle discussioni tra ex calciatori, si fa strada un’ipotesi. Il Brasile vive una crisi di adattamento ai tempi nuovi. Un po’ come quando nel 1974 i Verdeoro, avvezzi a tocchi e ritmi un po’ leziosi, furono travolti dal calcio totale dell’Olanda di Cruijff, e impiegarono vent’anni a riconquistare il mondo, proprio a spese degli Azzurri e proprio negli Stati Uniti. Dopodiché il Brasile è arrivato in finale nel 1998 con la Francia; ha vinto abbastanza agevolmente il Mondiale giapponese del 2002; e poi più nulla. Come se non avesse ancora assimilato le dure necessità del calcio contemporaneo - pressing, tattica, possesso palla -, a cominciare dalla più importante: prima cosa, difendersi; mentre Haaland ha potuto segnare due gol in assoluta libertà.