Ci sono carriere che sembrano scritte per finire dentro la storia dei Mondiali, come se quel torneo fosse il naturale punto d’arrivo di ogni grande calciatore. E invece il calcio, soprattutto quello del Novecento, ha spesso seguito una logica più disordinata, quasi crudele: non sempre i migliori arrivano sul palcoscenico più luminoso.

È in questo spazio sospeso, tra ciò che sarebbe potuto accadere e ciò che non è mai accaduto, che vivono alcuni dei più grandi interpreti di sempre. La storia di Alfredo Di Stéfano è forse il simbolo perfetto di questa ironia del destino. Il Mondiale per lui è stato quasi respingente. Non per un limite suo, ma per una sequenza di circostanze quasi romanzesche. L’Argentina rinunciò al Mondiale del 1950 per tensioni politiche e organizzative. Poi arrivò il passaggio in Europa, la complessa questione della nazionalità sportiva, le regole rigide degli anni ’50. Nel 1958 la Spagna non si qualificò e nel 1962 fu un infortunio a bloccarlo. Se Di Stéfano è il paradosso burocratico e storico, George Best è quello geografico e culturale.

Best apparteneva a un’Irlanda del Nord che negli anni ’60 e ’70 viveva una realtà calcistica fatta di talento isolato, più che di sistema. Belfast produceva giocatori, ma non una struttura in grado di competere stabilmente con le grandi nazioni. Best al Manchester United diventò una figura così popolare da guadagnarsi il soprannome di "Quinto Beatle", oltre a vincere il Pallone d’Oro. In Nazionale restò però un uomo senza Mondiale perché la sua squadra non riescì mai a essere alla sua altezza. Poi c’è il calcio dei regolamenti: meno romantico, ma altrettanto decisivo.