Ormai è chiaro che il centrodestra è davanti a un dilemma: che fare di Roberto Vannacci? Ignorarlo, sperando che la sua ascesa si riveli una meteora? Combatterlo, rischiando di trasformarlo in un martire? Oppure aprirgli le porte della coalizione, nella convinzione che ogni voto raccolto a destra sia comunque un voto sottratto agli avversari? Sono domande che riguardano il futuro della maggioranza. Ma soprattutto riguarda Giorgia Meloni. Perché il generale non è più soltanto un fenomeno editoriale o mediatico. Se i sondaggi continueranno a registrare la crescita di Futuro Nazionale – portandolo magari oltre la soglia del 10 per cento – la tentazione di un accordo elettorale diventerà fortissima. Il problema è aritmetico prima ancora che politico. La nuova legge elettorale che la presidente del Consiglio vuole far passare a ogni costo fissa al 42 per cento la soglia per il premio di maggioranza. La coalizione di centrodestra, erosa dall’ascesa di Futuro Nazionale, rischia di non raggiungerla. Dunque diventerà forte la voglia di imitare Silvio Berlusconi, che fece un patto anche con l’estrema destra di Pino Rauti pur di vincere le elezioni (che però perse).Eppure questa volta la scelta sarebbe assai più complicata. Vannacci non rappresenta semplicemente una destra più radicale. Propone una visione del mondo che si colloca oltre il tradizionale confine del conservatorismo europeo. Il suo slogan sulla remigrazione – l’idea cioè di favorire il ritorno nei Paesi d’origine di quote consistenti di immigrati regolarmente residenti – segna un salto politico e culturale che nessuna grande forza della destra continentale ha finora voluto compiere. Non l’ha fatto nemmeno Marine Le Pen, che pure per anni è stata indicata come il simbolo dell’estrema destra europea. Quando Éric Zemmour fondò Reconquête, portando nel dibattito francese parole d’ordine ancora più identitarie e radicali, la leader del Rassemblement National rifiutò sempre una vera alleanza politica: aveva capito che per governare la Francia non bastava parlare all’elettorato più arrabbiato. Bisognava rassicurare quello moderato. È esattamente il dilemma che oggi si presenta davanti a Giorgia Meloni, che finora è stata gelida su Vannacci («Palesemente vuole solo distruggere»). La presidente del Consiglio ha impiegato anni per costruire la sua legittimazione internazionale. Ha rassicurato Bruxelles, consolidato i rapporti con Washington, conquistato la fiducia dei mercati, normalizzato l’immagine di Fratelli d’Italia agli occhi di una parte dell’elettorato centrista. In sostanza, ha compiuto il percorso opposto rispetto a quello di Vannacci: dalla protesta al governo. Un’alleanza con il generale rischierebbe dunque di aprire una contraddizione difficilmente sanabile. Perché ogni voto guadagnato sulla destra estrema potrebbe essere compensato dalla perdita di consenso tra i moderati, i ceti produttivi, gli elettori che hanno scelto Meloni proprio perché la considerano una leader affidabile e non una tribuna della rabbia. Naturalmente la politica conosce anche il pragmatismo. Se Futuro Nazionale dovesse avvicinarsi a percentuali decisive, la pressione per un’intesa diventerebbe enorme. Ma sarebbe una scelta che trasformerebbe profondamente l’identità del centrodestra. E soprattutto costringerebbe Giorgia Meloni a decidere quale destra vuole guidare: quella che aspira a rappresentare l’intera nazione o quella che preferisce rappresentare soltanto la sua parte più inquieta. È una scelta che riguarda il destino di una coalizione. Ma anche quello della democrazia italiana.
La tentazione di fare un patto con il diavolo
Di fronte ai numeri la scelta di un’alleanza con Vannacci è obbligata ma gravida di rischi











