di Carlo Galatilunedì 6 luglio 20263' di letturaA Wimbledon si può cadere sette volte e rialzarsi otto, come insegna un proverbio giapponese. Il problema, per Shintaro Mochizuki, è che dall’altra parte della rete non c’era un avversario disposto a concedergli il tempo di farlo davvero. Jannik Sinner gli ha lasciato qualche spiraglio, qualche game sporco, perfino l’illusione che la partita potesse infilarsi in una di quelle pieghe che sull’erba diventano trappole. Poi, però, ha richiuso tutto con la naturalezza dei più forti: 6-3 7-6 6-3, quarti di finale raggiunti senza bisogno di apparire perfetto. È questa la notizia migliore per il numero uno del mondo. Sinner non è ancora il Sinner più feroce, quello che prende il campo e lo piega alla propria velocità dal primo scambio. Non sempre trova subito la profondità giusta, non sempre trasforma le palle break con la freddezza delle giornate migliori. Ma anche in una versione non ancora definitiva resta troppo più pesante, troppo più rapido, troppo più completo per un giocatore come Mochizuki, venuto dalle qualificazioni, capace di vincere qui il torneo juniores nel 2019 e rimasto dentro quella promessa: brillante, generoso, leggero di mano, ma non abbastanza armato per sostenere l’urto del campione. Il giapponese ha fatto tutto quello che il suo tennis gli permetteva. Ha provato a cambiare traiettorie, a cercare anticipo e soluzioni improvvise. Ha resistito soprattutto nel secondo set, quello in cui la partita ha avuto il suo vero momento di tensione. L’ottavo game è diventato un piccolo romanzo: venti punti, tre palle break, un braccio di ferro in cui Sinner ha mostrato insieme qualche esitazione e la solita capacità di non scivolare davvero. Mochizuki si è aggrappato a quel passaggio, ha trascinato il set al tie-break, ha costretto Jannik a restare acceso anche quando la differenza sembrava già scritta.SUSSULTO