di
Gaia Piccardi
Dopo la vittoria contro Borges al secondo turno di Parigi, il numero 1 ha ammesso: «Potrebbe succedere ancora perché non è che la soluzione si trova subito»
«È solo il secondo match sull’erba. Non cercavo la perfezione ma è necessario migliorare». Sinner dominator non abita più qui, da quando il tennis si è allungato tre set su cinque è evaporata la superiorità schiacciante del migliore, costretto a cinque set dal serbo Kecmanovic e a due tie break dal portoghese Borges. La buona notizia è che Jannik ha raggiunto la chiarezza sul malore di Parigi («Sì, abbiamo capito cosa mi è successo al Roland Garros»), anche se non può garantire di essersene liberato per sempre: «Potrebbe succedere ancora perché non è che la soluzione si trova subito, è qualcosa di più ampio ma sto facendo tutto il possibile per evitarlo... ».
Sibillino, però il tema salute è delicato: l’importante è che il rebus sia stato risolto. Il suo Wimbledon è una marcia di avanzamento verso il ritmo perduto, muovendosi cauto come se ancora non potesse tornare a fidarsi del suo corpo, confortato — nella quotidiana perlustrazione interiore — da strumenti di prevenzione visibili a tutti. La maglia cambiata con più frequenza, gli asciugamani freschi di frigo intorno al collo anche se il ritorno della canicule londinese è previsto per la settimana prossima («È ancora lunga, vedremo se succede»), i pasticconi integratori di sali ingollati con regolarità, profondi respiri a occhi chiusi al cambio di campo. E, se salisse la temperatura, è pronto nell’armadietto del club il giubbotto refrigerante dei primi giorni di allenamenti in Church Road. Sinner chiama Sinner: mi sentite? Prevenire è meglio che curare.










