Pensiamo alla burocrazia in senso pratico e in senso metafisico. Pensiamo a un editore, che tradì uno scrittore. Pensiamo al burocrate dell’ufficio protocolli in cerca del senso della vita. Nacque così un capolavoro: Il castello. Bastano queste poche parole perché il Novecento ricominci: la neve, il villaggio, un uomo chiamato da un’autorità, che forse lo attende e forse lo respinge, un castello irraggiungibile, una porta che non è mai semplicemente chiusa, eppure non si apre. Cent’anni dopo la sua pubblicazione, Il castello di Franz Kafka resta uno dei libri più vivi della contemporaneità: non perché offra risposte, ma perché ha saputo dare una forma narrativa a una domanda: chi ci autorizza a esistere? E che cosa accade quando la vita intera diventa una pratica da istruire?
Das Schloss apparve postumo nel 1926, due anni dopo la morte di Kafka. L’autore lo aveva iniziato nel ‘22, in una località montana, oggi nella Repubblica Ceca. C’è già qualcosa di romanzesco in questa origine: Kafka arriva in un luogo di neve, e pochi giorni dopo inventa K., l’agrimensore che giunge di notte in un villaggio dominato da un castello. Il romanzo, come ben noto, rimase incompiuto. Non soltanto incompiuto in senso generale, come molte opere lasciate allo stato di abbozzo: Il castello si interrompe addirittura a metà frase. È un dato filologico, ma sembra anche un destino simbolico. Kafka non chiude il libro, perché non vuole chiudere il suo mondo incompiuto. Il castello non è un enigma da sciogliere alla fine, non è il luogo in cui si conserva una verità pronta a essere rivelata. È piuttosto una macchina di rinvii, lettere, equivoci, messaggeri, pensieri cosiddetti “laterali”. A rendere possibile la fortuna del romanzo fu una disobbedienza. Kafka aveva chiesto all’amico Max Brod di bruciare gli inediti. Brod non lo fece. Ogni lettore di Kafka, dunque, legge dentro una colpa originaria: deve qualcosa a un tradimento. È una delle grandi ironie della letteratura novecentesca. Il più grande narratore dell’irraggiungibile è arrivato fino a noi perché qualcuno non rispettò l’ultima volontà dell’autore. Brod fu anche il primo grande interprete del romanzo. Volle leggere Il castello in chiave teologica, come luogo superiore da cui discende un senso, che l’uomo tenta invano di raggiungere. Quest’interpretazione ha segnato a lungo la ricezione di Kafka, e continua a esercitarne fascino.










