Perché non consentire alle case di investimento di offrire prodotti Pir compliant - con annesse agevolazioni fiscali - esclusivamente nella forma di Etf? E non più come fondi comuni, polizze o altre soluzioni finanziarie. Non si tratta di una provocazione, ma di una proposta da prendere in considerazione per diverse ragioni. La prima è legata all’originario obiettivo dei Pir, strumenti ideati nel 2017 per indirizzare i risparmi delle famiglie a sostenere la crescita e la valorizzazione delle Pmi tricolore. Nel tempo, però, i laschi requisiti di portafoglio, necessari per riconoscere i benefici fiscali, hanno lasciato ampia discrezionalità ai gestori di destinare alle Pmi solo quote residuali del patrimonio dei fondi comuni Pir compliant. In quest’ottica, i Pir in versione Etf potrebbero rappresentare un punto di svolta. Scopriamo il perché.

Fino ad oggi i circa 20 miliardi di euro gestiti dai Pir ordinari sono stati cannibalizzati dalle maggiori società, principalmente grandi banche, presenti sul listino milanese. Alle piccole realtà quotate sono arrivate solo le briciole. È sufficiente infatti scorrere i titoli presenti nei portafogli dei fondi Pir per scoprire che a dominare la scena sono azioni e bond bancari, con l’incursione di qualche altro big del listino come Enel ed Eni. Individuare qualche nome di società a minore capitalizzazione è un esercizio che richiede tanta pazienza. In particolare, alle società negoziate sul listino Egm, dedicato alle imprese ad alto potenziale di crescita, i fondi Pir azionari veicolano un flusso di risorse minimo, che non arriva all’1% del loro patrimonio. E con i fondi Pir obbligazionari la situazione peggiora.