<p>Quaranta anni di vita, quasi 200 operatori associati e 400 soci complessivi.
E soprattutto, più di 81 miliardi di euro di raccolta e <strong>168 miliardi di investimenti per il solo private equity</strong>.
Senza contare il private debt, che aggiunge al computo complessivo quasi 9 miliardi di raccolta e più di 25 miliardi di investimenti a partire dal 2013.<span contenteditable="false"> </span> </p> <p>Questi i numeri di <strong>Aifi</strong>, l’associazione di categoria del private equity, venture capital e private debt italiani presieduta da <strong>Innocenzo Cipolletta</strong> che proprio oggi festeggia il suo quarantesimo anniversario dalla fondazione, avvenuta nel 1986 da parte di sette soci fondatori. </p> <h2><strong>Gli albori del private equity</strong></h2> <p>«La nostra prima battaglia come Aifi è stata per il riconoscimento legale di questo mondo, che all’epoca non esisteva nemmeno», racconta a <em>MF-Milano Finanza</em> <strong>Anna Gervasoni</strong>, direttore generale dell’associazione e rettore di Liuc-Università Cattaneo.<span contenteditable="false"> </span> </p> <p>Le prime attività nel mondo dei capitali privati italiano erano quelle di capitale per lo sviluppo e aumenti di capitali, che hanno fatto da preludio al primo ciclo di acquisizioni (<strong>oggi indicate come buyout</strong>).







