<p>Il private equity italiano arriva a quota 228 deal in cinque mesi: si tratta di un incremento del 20% rispetto al 2025, anno record per l'industria.

I dati emergono dal Private Equity Monitor-Pem di Liuc Business School, realizzato in collaborazione con Aifi e con il contributo di Advant Nctm, Deloitte, Equita, Equity Factory, Fondo Italiano d'Investimento sgr, Riello Investimenti sgr, Soevis e Valori Am.</p><p>A dare linfa al settore sono state anche le 48 operazioni di maggio, dato perfettamente in linea con quello del 2025 (erano state invece 30 nel 2024).

Tra queste, quasi i due terzi (64%) sono attribuibili a fondi internazionali: un dato superiore rispetto alla media degli ultimi anni e che rappresenta, secondo i curatori del rapporto, un segnale di crescente maturità del settore.

Altro elemento interessante emerso dallo studio è che, a fronte dell'87% delle operazioni di maggio rappresentate da buy-out, il 64% ha riguardato i cosiddetti add-on, cioè le aggregazioni aziendali.

Un dato che mostra come gli operatori continuino sempre più a perseguire la crescita per linee esterne delle loro società in portafoglio. «Si rileva ancora una volta la predominanza delle operazioni di buy-and-build, che ormai rappresentano stabilmente oltre il 60% delle transazioni del mercato, a testimonianza della necessità di un approccio industriale per la creazione di valore delle partecipate», è il commento di Roberto Travaglino, senior partner di Fondo Italiano d'Investimento sgr. </p><p>Molti imprenditori, gli fa eco Luigi Terranova, ad di Riello Investimenti sgr, «iniziano a vedere nell'aggregazione non una perdita di identità, ma uno strumento per crescere, rafforzare il management, creare sinergie e competere su scala più ampia».