Per la pm era “normale che gli uomini dovessero superare un minimo livello di resistenza che ogni donna tendeva a opporre quando stanca della vita quotidiana e un uomo avance sessuali”.
"Per me è una svolta, un nuovo inizio, mi sento come una Fenice che rinasce dalle ceneri. Ma la soddisfazione maggiore è aver vinto una battaglia in nome di tutte le donne, affinché mai più si ripeta un caso come quello che aveva sconvolto la mia vita". A parlare è Audrey Ubeda, una donna francese residente in Italia che ha promosso il ricorso alla Corte europea per i diritti dell'uomo contro la giustizia italiana dopo la richiesta di archiviazione che una pm aveva depositato in relazione alla sua denuncia per le violenze subite dal compagno.
A partire dal suo ricorso, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per non aver risposto in tempo e in maniera adeguata alle denunce di violenza domestica da parte della donna costretta vivere in una casa protetta con i suoi figli per oltre tre anni. Nell'aprile 2021 Ubeda denunciò l'ex compagno, padre dei suoi due figli, accusandolo di ripetute violenze nei confronti suoi e dei bambini. Un mese dopo la denuncia, insieme ai figli fu collocata in una struttura protetta, dove è rimasta fino al luglio 2024. Per la Cedu il procedimento non ha soddisfatto i requisiti di un'indagine rapida, approfondita ed efficace, come previsto dalla Convenzione. Nel novembre 2021 il pubblico ministero aveva presentato una richiesta di archiviazione in cui definiva uno degli episodi denunciati – l'uomo aveva puntato un coltello alla gola della donna – come uno "scherzo di cattivo gusto". Inoltre la pm aveva sostenuto che è "normale che gli uomini debbano superare un livello minimo di resistenza che ogni donna tende a manifestare quando è stanca della vita quotidiana e un uomo le fa delle avances sessuali".










