Quando il barone Pierre de Coubertin cristallizzò la frase «L’importante non è vincere, ma partecipare», lo sport aveva già trovato il suo posto nella storia moderna. C’è un modo antico e infallibile per misurare la febbre di una terra: guardare dove gioca la sua squadra di calcio. Non i bilanci, non i convegni sul rilancio del territorio. Il pallone. Perché il pallone non mente mai: è lo specchio in cui una comunità si guarda la domenica e decide se ha ancora voglia di credere in se stessa. Eppure la provincia di Pavia oggi trova il vuoto perché ha smesso di giocare. Più di un secolo di storia, generazioni di padri e figli sulle gradinate del Parisi chiusi in un freddo comunicato. La società si scioglie e lo stadio finisce in un bando comunale come un capannone dismesso qualunque. A Voghera, quest’anno, la domenica non avrà colori. Il Pavia si è salvato in Serie D all’ultimo respiro con un rigore. Un rigore per non sparire. E Vigevano, la città delle scarpe e di Mastronardi, è scivolata in Promozione, laggiù dove il calcio è ancora nobile ma nessuno ti vede più. Questa è la terra di Gianni Brera, il figlio del Po nato a San Zenone, l’uomo che ha insegnato all’Italia a raccontare il calcio, a farne letteratura, epica, sentimento. È lui che diceva che il calcio è il racconto di un popolo che fa di sé. Ecco: il Pavese deve decidere che racconto vuole essere. Se quello di una terra che si arrende a rate o quello di una provincia che si rialza come i suoi portieri, sporchi di fango dopo l’ennesimo gol subito. Qui dove il fango non è mai stato un disonore, ma la resa sì.
Se il calcio ha smesso di parlarci
Il pallone non mente mai: è lo specchio in cui una comunità si guarda la domenica e decide se ha ancora voglia di credere in se stessa









