Di tutte le cose della vita lo sport è certamente una delle più serie, meglio ancora delle più gravi per chi lo pratica a livello agonistico e conosce dunque il sapore della sconfitta e della vittoria. Forse molti lettori del Foglio non la pensano come me, ma ai miei occhi, in fatto di gravità, non c’è paragone possibile tra la “sconfitta” di Jannik Sinner al parigino Roland Garros e la “sconfitta” della cosiddetta “sinistra” alle elezioni comunali a Venezia. Questo secondo episodio difficile o forse irrilevante da giudicare, laddove il volto di Sinner alla fine di un match dove il caldo lo aveva bruciato – interrompendo una catena di trenta partite vinte una di seguito all’altra – costituiva invece ai miei occhi teatro e dramma.Probabilmente molti di voi tengono in gran conto le lotte tra partiti, per me è invece indimenticabile la foto – il giorno in cui Roger Federer abbandonava il tennis agonistico – di lui e Rafa Nadal che si tengono la mano e piangono dopo una vita in cui se le erano date di santa ragione ma si erano anche dati tanto.Questa lunga prefazione per dire il mio disprezzo di quegli ultras tanto juventini che torinisti i quali si sono avventati gli uni contro gli altri il giorno del derby piemontese di pochi giorni fa. Senza l’avversario e la sua nobiltà non esisterebbe lo sport, la competizione leale. E invece quegli sciagurati si sono buttati gli uni contro gli altri come in una mischia, e a me dispiace che la polizia abbia dovuto fronteggiarli e che un lacrimogeno tirato ad altezza d’uomo abbia scassato il cranio di un tifoso juventino. Io che ho amato e amo il calcio, non c’è idea più lontana da me di quella di considerare i tifosi della squadra avversaria come dei “nemici”. Le pochissime volte che sono stato in uno stadio domenicale preferivo sedermi accanto ai tifosi avversi. Qualche volta è successo, e ne venivano reciproche punture di spillo che rendevano più piccante la visione della partita. Quando qualcuno mi si presenta più o meno così “Mi scuso con lei, ma io sono interista”, io mi reputo offeso.Mai dimenticherò la grande Inter di Sandro Mazzola e Mariolino Corso. Così come il Torino è per me senz’altro “il grande Torino” da quanto è forte in me la memoria di quella squadra sventurata che aveva illuminato il calcio italiano degli anni Quaranta. Dire sport e dire lealtà è un tutt’uno (gli abbracci tra i tennisti alla fine del match), il che non vale in altri campi. A cominciare dai premi letterari. Io ne ho vinti un paio, e questo perché in giuria avevo un amico.Di sport ne ho fatto molto e ne ho imparato tanto, infinitamente più di quanto mi abbiano insegnato i miei professori al liceo. Viene dallo sport la decisione più importante della mia vita, quella di andare via dalla Sicilia e arrivare a Roma, seppure con sole seimila lire in tasca. C’era che io a Catania praticavo la ginnastica cosiddetta “artistica” o “attrezzistica” (anelli, parallele, sbarra, ecc.), avevo vinto i campionati regionali e dunque avevo meritato di partecipare ai campionati italiani di categoria in quello sport. Si svolgevano a Novara, dove arrivai dopo diciotto ore di treno. Quel che vidi mi lasciò di stucco. I ginnasti con cui avrei dovuto competere provenivano da palestre attrezzatissime, supervisionate da istruttori superqualificati. Al corpo libero c’era una pavimento elastico, laddove a Catania io le rondate e i salti mortali li avevo fatti poggiando pieni e mani su mattonelle dure come più non si potrebbe. Dopo gli esercizi obbligatori ero in uno degli ultimissimi posti. Poco dopo mi infortunai alle mani perché giù in meridione non si trovavano i guanti che le proteggevano. Strinsi la mano al futuro allenatore della nazionale italiana e mi ritirai.Pochi anni dopo presi il treno che da Catania mi portava a Roma, dove nel campo che a me interessava (la comunicazione per iscritto e orale) il pavimento elastico c’era. Dove non sono divenuto chissà che ma dove neppure sono l’ultimissimo della fila nel mio mestiere.