«Ricordo quando arrivarono centoundici sacchi. Mi convocarono per le ispezioni cadaveriche. Pregai e chiesi: almeno nel primo sacco non farmi trovare un bambino. Invece il Signore non mi ha fatto nessun regalo. Era un bambino. Era morto. È il mio incubo: non l'ho salvato». A parlare è il medico Pietro Bartolo: per quasi trent'anni ha condotto le prime visite a chi sbarcava sull'isola. È il volto del documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi, Orso d'oro a Berlino nel 2016 e co-autore di Lacrime di sale. Quel bambino che non riuscì a strappare alla morte è la ferita che ancora si porta dentro. C'è un altro bambino che il mare non è riuscito a portare via. Lo ha salvato Pietro Bartolo, a Lampedusa: fu trovato nella stiva di un barcone, aggrappato al corpo della madre. È l’unico sopravvissuto di una traversata in cui sono morti tutti, compresa la madre, che lo aveva stretto e protetto fino all'ultimo respiro. Il piccolo dormiva, stremato: ma il battito c'era ancora. Era vivo.
Leonardo sbarcò in Sicilia a 11 mesi, oggi ha 11 anni. Dieci anni dopo, quel bambino è un ragazzo con la passione per il calcio e il sogno di diventare un campione. Adottato da Maria Elena Poderati e dal marito Walter, ieri, ha incontrato Leone XIV. Ha ricevuto elogi e una benedizione. Una benedizione che per la famiglia apre un nuovo capitolo di una storia nata nel dolore e trasformata in speranza. Maria Elena qual è la prima cosa che Leonardo le ha detto dopo l'incontro con il Papa?«È rimasto sorpreso dalla semplicità dell'incontro. Tornando dalla Porta d'Europa mi ha detto: "Mamma, il Papa mi ha detto che sono una bella persona, con un cuore grande". Lo ha visto come una persona vicina, umana, che lo ha messo subito a proprio agio». E lei cosa ha provato vedendolo consegnare la lettera e il pallone?«Sono rimasta impressionata: davanti a me c'era un ragazzino, non più un bambino. Mi ha emozionato vederlo così grande, così consapevole di quello che stava facendo. E anche il modo in cui lo stava facendo». Leo vuole lottare non solo per sé, ma anche per chi continua a subire le stesse ingiustizie. Come vive questo aspetto?«Non è facile. Noi siamo una famiglia molto cristiana e coniugare l'ingiustizia con l'amore di Dio è sempre stato un nodo centrale. Lui si pone tante domande e non sempre noi abbiamo delle risposte». Un decennio dopo, Lampedusa è cambiata?«No, in questi anni qui non è cambiato nulla. E Leo vive questo disagio. È arrivato che aveva undici mesi, oggi ha undici anni. Lui questo lo capisce.» Qual è stata la vostra conquista più difficile?«Conquistare la fiducia di un neonato. Immaginavo che accoglierlo, curarlo e abbracciarlo sarebbe bastato. Invece no: io lo abbracciavo e lui mi respingeva, anche con morsi, schiaffi e pugni: doveva imparare a fidarsi di noi. Ci sono voluti mesi prima di diventare davvero mamma e figlio». Ci sono immagini di quei primi tempi che non la lasciano?«Il cibo che avanzava lo metteva in un tovagliolino, faceva un fagottino e andava a nasconderlo. Sono pietre nello stomaco. E affrontare con lui il tema della morte continua a essere molto difficile». Leonardo ha vissuto episodi di razzismo?«Purtroppo sì, soprattutto nel calcio. Sentire tuo figlio insultato con parole razziste, spesso da altri bambini, lascia ferite profonde. Quest'anno è stato lui stesso a reagire con forza. La società sportiva è intervenuta subito: è fondamentale che gli adulti non restino in silenzio». Lei è vicedirettrice generale del Gonzaga Campus di Palermo una delle principali realtà italiane dell'educazione cattolica paritaria. Pensa che la scuola possa fare di più per educare al rispetto?«Assolutamente sì. Credo fermamente che l’alleanza educativa con le famiglie e la formazione dei docenti e dei ragazzi sia il primo passo per costruire un cambiamento sociale». Con padre Vitangelo Denora ogni anno portate a Lampedusa gli studenti del Gonzaga.«Sì. L'adozione non ha cancellato Lampedusa, l'ha resa parte della nostra famiglia. E per il Gonzaga è un'esperienza educativa fondamentale. I ragazzi ascoltano le testimonianze, incontrano le persone, si fanno un'idea libera. Senza filtri. Capire che su quelle barche c'era anche Leonardo - o bambini come lui e molti non ce l’hanno fatta - cambia tutto. È importante vivere questa esperienza proprio qui». Leonardo sogna il calcio.«Sì, è bravo e vuole diventare un calciatore; se non ci riuscirà, dice che farà il medico. Ma il suo sogno, oggi, resta il pallone. Noi gli diciamo sempre che deve studiare e poi, qualunque strada sceglierà, dovrà essere una persona capace di fare la differenza, un veicolatore di bene». Lei cosa ha chiesto al Papa?«L'ho ringraziato, perché spesso ci sentiamo molto soli. La sua presenza qui a Lampedusa, con tante persone accanto e in una data significativa come il 4 luglio, ci ha fatto sentire meno soli A chi adotta si dice che dona tanto: la verità è che riceve infinitamente di più. Saremo sempre grati per l'amore ricevuto in questi dieci anni». Se potesse rivolgersi alla mamma naturale di Leonardo cosa le direbbe?«Le parlo tutte le notti, prima di addormentarmi. Spero sia felice della vita che stiamo costruendo per suo figlio, che oggi è anche nostro figlio».










