Leo è arrivato a Lampedusa nel giugno 2016. Aveva poco più di un anno e mezzo. Era in braccio alla mamma. Morta. Come tutti gli altri migranti ghanesi stipati dai trafficanti nella stiva di un barcone dove l’aria non era sufficiente. Solo lui era sopravvissuto, dormiva. «Di quei momenti ha solo sensazioni e emozioni. I ricordi no, è troppo difficile. Lui vorrebbe, perché il volto della sua mamma non lo ricorda. Gli resta solo una ferita, la paura dell’abbandono. Anche se abbiamo un mal di testa lui lo vive con agitazione». A raccontare è Maria Elena Poderati, vicedirettore generale dell’Istituto Gonzaga di Palermo, e mamma adottiva di Leo che oggi col marito Walter ha accompagnato il bambino all’incontro con Papa Leone XIV alla Porta d’Europa. «Quando gli abbiamo detto che avrebbe incontrato il Papa si è messo a piangere. Mi ha detto “è la persona più importante, le sue parole hanno un peso e quindi può aiutarci”. È molto maturo per l’età che ha, la vita lo ha portato a esserlo. E fa delle domande molto precise: su Dio buono che permette queste cose, perché si muore, perché proprio io ho perso mia mamma, perché non posso conoscere la mia mamma, gli occhi di mia mamma come sono». Domande che non hanno per ora risposte. «A un certo punto mi sono arresa, le scopriremo insieme».La sua storia Leo l’ha presentata anche al Papa, due paginette scritte a mano, assieme a un pallone che ama tanto. «Dieci anni fa la mia storia è iniziata qui a Lampedusa. Ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma. Mi dicono che ho smesso di piangere solo quando mi hanno dato un pallone fatto di carta. Da quel giorno il pallone è rimasto nel mio cuore e io non ho mai smesso di giocare». E gioca molto bene, esterno destro e sinistro nelle giovanili del Palermo. «È il più piccolino della società - ci dice la mamma -. Promette bene e io sono molto contenta perché lo sport aiuta molto, anche per scaricare la tensione in questa fase di adolescenza. Per socializzare, aprirsi alla comunità, vedere il mondo con altri occhi». Non solo lui. Così Leo ha fatto anche una richiesta al Papa. «Spero tanto che questa palla che ti regalo adesso possa arrivare a un altro bambino e farlo felice proprio come me». Papa Leone, racconta la mamma, «gli ha risposto che è felicissimo di fare questa esperienza con lui. E Leo è anche lui felicissimo».Lui che in questi giorni è felice anche perché il Ghana ha superato il primo turno ai Mondiali. «Si sente italiano ma in questo momento tifa Ghana. Ci tiene tanto. “Siamo tra le 16 squadre più forti del Mondo”, dice». Leo vive intensamente il suo presente ma non dimentica il passato, pur così breve. Purtroppo non si sa dove la mamma è sepolta. «Non riusciamo a saperlo. Quando si va in adozione il fascicolo rimane riservato fino al 21mo anno. Abbiamo provato più volte perché non avere una tomba dove andare a piangere la propria mamma è un problema. Ogni anno andiamo al Molo Favaloro a portare dei fiori. Di colori allegri, giallo e arancione, li sceglie lui. C’è molto silenzio, preghiamo, prendiamo un fiore e lo buttiamo in mare. Ma quando sarà più grande proveremo insieme a scoprire dove è sepolta la mamma». Ma torniamo a quel 2016. «Avevamo già cominciato il percorso di adozione e i giudici ci hanno chiesto se ce la sentivamo di accogliere Leo. Abbiamo detto subito di sì perché era quello che avevamo immaginato, accogliere un bambino solo».Un impegno che va oltre. Così Maria Elena è stata tra le fondatrici dell’associazione “Mamme per la pelle”. «Ci siamo rese conto, come gruppo di mamme “bianche”, che la nostra è una storia fortunata per i diritti dei nostri figli, ma ci sono molte famiglie di etnie diverse che non hanno gli stessi strumenti. Così offriamo un supporto legale, scolastico, psicologico per questi ragazzi che man mano che crescono sono meno aiutati». Ma parliamo di oggi, dell’incontro alla Porta d’Europa. «Non poteva essere un luogo più importante perché porta alla memoria quante persone transitano e quanto potrebbe essere facile questo passaggio. Purtroppo sono passati dieci anni dall’arrivo di Leo e si continua ancora a partire e a morire». Maria Elena torna ad allora. «Dopo l’arrivo di Leo non volevo più sentire le notizie del tg. Ma non potevo stare ferma. Pensavo al volto di quella donna consapevole del viaggio che stava per affrontare con suo figlio ma si è messa su quella barca perché sicuramente alle spalle aveva un inferno. È una narrazione che deve essere veicolata, non è possibile narrare di queste persone in altro modo». Così lei, il marito e lo stesso Leo, vogliono essere «veicolatori di giustizia perché non è possibile che i corridoi umanitari siano quasi inesistenti, mentre le guerre continuano ad esserci e la gente è costretta a rischiare la propria vita e quella dei propri figli». Anche per questo il Gonzaga ogni anno organizza un viaggio in Kenia portando 50 ragazzi. «Andiamo a Nairobi dalle suore di una congregazione africana. Poi negli slum. È l’Africa giusta da scoprire, anche per Leo, viene sempre anche lui ed è il volontario più bravo».