C’è «un quadro indiziario grave», secondo il procuratore di Torino Giovanni Bombardieri, nei confronti dell’agente del V° Reparto mobile della polizia che prima del derby Torino-Juventus dello scorso 24 maggio ha esploso diversi lacrimogeni ad altezza uomo colpendo - con uno di questi - il tifoso juventino Marco Basoccu e riducendolo in fin di vita. L’uomo, origini campane, circa 50 anni, avrebbe lanciato più capsule di aggressivo chimico «incurante - si legge in una nota del capo dei pm - delle possibili gravissime conseguenze».
Il pubblico ministero Paolo Scafi, titolare dell’inchiesta per lesioni aggravate, ha chiesto per il poliziotto gli arresti domiciliari. E al termine dell’interrogatorio preventivo, l’altroieri al Palagiustizia, il giudice si è riservato se aderire o meno alla proposta del magistrato. L’indagato ha risposto «a tutte le domande davanti al gip - racconta il suo legale Paolo Chicco - e reso tutti i chiarimenti richiesti perché riteneva fosse suo dovere. Per parte nostra, nel rispetto delle decisioni che il giudice vorrà assumere, non diremo altro e ci auguriamo che altrettanto facciano le altre parti istituzionali». In realtà l’agente avrebbe respinto tutte le accuse. Punto per punto. Riferendo di una confusione nei lacrimogeni lanciati in un momento in cui gli ultras juventini assaltavano le forze di polizia con violenza e impeto (il dato è notorio). Lacrimogeni caricati da una borsa in cui le capsule erano di diversi tipi. Avrebbe ancora sostenuto di non essersi assolutamente accorto di aver colpito qualcuno. Si vedrà. Certo è che - al netto della tipologia di lacrimogeno “esploso” - resta il tema del metodo di lancio: non a parabola ma quasi orizzontale; pratica «non conforme alle modalità previste» specifica il procuratore. E il colpo che ha ferito Basoccu - ricoverato per 17 giorni di cui molti trascorsi in coma indotto per via di un delicatissimo intervento alla calotta cranica - non sarebbe stata l’unico esploso ad altezza uomo. Ce ne sarebbero almeno altri quattro. Partiti da una distanza di circa 30 metri, del tutto insufficiente a garantire sicurezza in un contesto di ordine pubblico. I sindacati di polizia difendono a spada tratta l’indagato. «La vicenda, pur nei suoi aspetti drammatici, dimostra che la polizia è una casa di vetro. Le strumentalizzazioni, anche politiche, sono smentite da indagini svolte con puntualità dalla Squadra Mobile - evidenzia Pietro Di Lorenzo, segretario generale provinciale Siap-. Il processo dirà se e come un poliziotto ha sbagliato tecnicamente, quel che è certo che abbiamo dimostrato ancora una volta che non c’è omertà e non servono i codici identificativi».











