Nella sua opera prima, Stagno, attraverso venti brevi testi – racconti, frammenti di memoria, stralci di monologo interiore – Claire-Louise Bennett cercava di tradurre in parole il lavorio della sua mente e, al contempo, ridare un senso alle cose, rinominandole. Testo sperimentale sul rapporto con l’ambiente e al tempo stesso ricerca di un correlato oggettivo per la propria attività mentale, Stagno proponeva come forma di conoscenza una particolare scrittura del sé, non incasellabile nell’autofiction e neppure nella memorialistica autobiografica, che nel romanzo seguente, Cassa 19, avrebbe messo a confronto con le scritture altrui, ovvero con la letteratura intesa come serbatoio di voci tra le quali identificare l’unica in grado di pronunciare la frase assoluta, che procura «a chiunque ci si imbatta un risveglio totale e immediato».
Attraverso una lunga serie di letture, l’anonima narratrice/protagonista di Cassa 19 giungeva a riconoscersi nello «stile frammentato e atomizzato» di Ann Quin, autrice britannica di testi sperimentali, in bilico tra Beckett e il nouveau roman, vissuta tra il 1936 e il ’73. Anche l’ultimo lavoro di Bennett, Big kiss, bye bye, uscito, come i precedenti, nell’ottima traduzione di Tommaso Pincio (NN editore, pp. 180, € 18,00), ricalca le orme di Ann Quin: la struttura, il gusto dei dettagli e l’insistenza su minuzie e fatti apparentemente marginali, rimandano al miglior romanzo della scrittrice morta suicida nel 1973, Berg, un atipico monologo interiore in cui, filtrati dal punto di vista del protagonista, si mescolano i più disparati registri senza soluzione di continuità.








