Nel libro Sulla rivoluzione (uscito nel 1963) Hannah Arendt si chiedeva quali fossero le concezioni che avevano animato i protagonisti delle due rivoluzioni di fine Settecento nel Nordamerica e in Francia. Vi leggeva la riscoperta di un’idea radicata nella polis dell’antica Grecia: la politica come capacità di dare inizio a qualcosa di nuovo tramite il discorso e l’azione; qualcosa di molto diverso dalla lotta per il potere fine a sé stesso con cui la politica è tradizionalmente identificata. Il potere a cui pensava Arendt è quello che sorge quando gli uomini escono dal loro isolamento per «agire di concerto», per usare una delle sue espressioni più tipiche; è una pratica di libertà pubblica capace di trasmettere un senso di felicità non rinvenibile altrove.

Si tratta di un’esperienza di democrazia che la filosofa ritrova anche in tempi più recenti, dalla Comune di Parigi del 1871 alla Rivoluzione russa del 1905 fino ai giorni suoi con la rivolta ungherese del ’56. Arendt non cita mai la Resistenza italiana del biennio 1943-’45, molto probabilmente perché non la conosceva, ma sono proprio le sue idee di libertà pubblica e di politica che tornano in mente leggendo un prezioso volumetto appena uscito: Nata democratica (il Mulino «Voci», pp. 184, euro 14,00), scritto a quattro mani da uno storico dell’epoca contemporanea come Luca Baldissara e da una teorica della politica come Nadia Urbinati; il tema è il carattere politico e civile della guerra di Liberazione e dell’elaborazione costituzionale che ne seguì.