Urge salvare l’umanità dalla minaccia dell’intelligenza artificiale che sta per essere inventata in forma letale da un geniaccio di nove anni. È il cuore della nuova commedia apocalittica “Good Luck, Have Fun, Don’t Die”, in questi giorni nelle sale dopo l’anteprima mondiale alla Berlinale e nazionale al Taormina Film Festival.È il nuovo film di Gore Verbinski, regista dei primi tre film della saga “Pirati dei Caraibi” e di “The ring”, che torna con un monito per tutti: «È giusto e sano essere spaventati dall’intelligenza artificiale».Una paura che si gestisce in che modo?«Imparando a surfare sullo tsunami che sta arrivando ed è sotto gli occhi di tutti. Il vaso di Pandora è stato aperto e dovremo cavarcela da soli, senza lasciarci sopraffare. La domanda centrale, nel film come nella realtà, è come pensiamo di mantenere intatta la nostra umanità in tutto questo?».Da autore come si regola?«Di certo l’intelligenza artificiale non mi aiuta a raccontare una storia, il continuo disperato tentativo è non ripetersi mai. Riconosco che propone strumenti interessanti, ma più per i content creator che per i narratori. Questi ultimi vanno scontrandosi contro le grandi corporazioni che invece sono interessate a sviluppare questa tecnologia. Oggi a creare un coniglio che gira in una stanza bastano 30 secondi, e puoi postare tutto il video in un minuto. Fare film però è tutt’altra cosa».Si parla di inserire la scritta «nessuna intelligenza usata per questo film». Che ne pensa?«Temo i problemi tecnici, sono vent’anni che usiamo l’intelligenza artificiale per la sgranatura della pellicola, per affinare gli strumenti in nostro possesso, ma poi come si controlla chi ha fatto uso anche minimo di Ia? Come si “punisce” il traditore? E se si tratta di un filmaker indipendente che non potendo permettersi una sola scena di esplosione ha fatto ricorso all’Ia? Resta il fatto che la gente ha bisogno di sapere cosa è reale e cosa è frutto di intelligenza artificiale. Ha paura che venga meno la trasparenza. Di lì tutta una serie di congetture, i telegiornali sono manipolati, le immagini del presidente sono manipolate, il guaio è che spesso c’è del vero».Nel suo film vediamo adolescenti zombie, ipnotizzati dai loro cellulari. È così che vede le nuove generazioni?«È pur sempre una commedia, con tanto humour dentro. Ma nei ragazzi di oggi, anche nei miei figli, vedo questo costante bisogno di trasformarsi in un brand, nella faccia del momento. Da lì la depressione di chi non ha abbastanza like, dei nuovi attori che non hanno abbastanza follower per il ruolo, i giovanissimi stanno perdendo di vista che è il “fare” che conta. Non il mostrare».Quando ha capito nella sua carriera che contava quello che stava facendo?«Non ho mai pianificato a tavolino una strategia di carriera. Ma è stato interessante, lungo questo cammino, incontrare spettatori che si avvicinavano per commentare con entusiasmo i miei film, per dirmi di essere rimasti colpiti dalla sequenza di film tra “The Ring”, “Rango” e “Pirati dei Caraibi”. La verità è che io sono un gran fan del “fare”, amo sperimentare e “smanettare”. La mia carriera è un continuo di tentativi: a volte le cose esplodono, a volte no. È questione di curiosità e di voglia di imparare a fare le cose che non so ancora fare».Che consiglio darebbe ai giovani americani oggi?«Non dimenticate di essere curiosi. E di guardare alla natura. C’è qualcosa di profondamente autentico in un albero, può sembrare un discorso hippie ma non lo è. Oggi lasciare il telefono a casa, uscire e cercare di entrare in connessione con il mondo e la natura è rivoluzionario».Il protagonista eccentrico del suo film, interpretato da Sam Rockwell, è a suo modo rivoluzionario. Viene dal futuro e sprona le persone del presente ad ascoltarlo per scongiurare la catastrofe, con un monologo da teatro dell’assurdo su un bancone di un diner.«Rockwell è un talento unico, non c’è nessuno come lui. Ci siamo conosciuti nel 2016 mangiando dei tacos insieme. Era fan del mio primo film del ‘97 “Un topolino sotto sfratto”. Quando gli ho proposto questo film ha reagito subito con entusiasmo. Lo ha conquistato proprio quel monologo iniziale di 11 pagine, che abbiamo costruito come un numero musicale. Lui è la mia voce, ciò che chiedo al pubblico è la stessa cosa che lui chiede agli avventori del diner: ci credete? Siete pronti a intraprendere con me questo viaggio? Perché se falliamo, fallisce l’intero film».Per concludere non posso non chiederle un ricordo di “Pirati dei Caraibi” e del lavoro con Johnny Depp.«Il rapporto con Johnny resta prezioso, siamo anime affini. Siamo stati gli ultimi a fare un cinema in cui credevamo, salendo fisicamente insieme su una barca e prendendo il largo con la cinepresa. Sapevamo che film del genere non avrebbero permesso a lungo di farli, che tutto sarebbe finito per ridursi al “green screen”, perché è una follia uscire davvero in mare con una cinepresa. Eppure riguardando quei film credo sia proprio questo l’elemento che regge nel tempo: si percepisce la presenza di una verità alla base. Difficile da ottenere quando si gira su un set virtuale, o si realizzano film completamente artificiali creando interi mondi senza una base reale. Sapevamo di essere alla fine di un’epoca, ma quei film funzionano ancora oggi perché se li guardi pensi: “Wow, sembra tutto vero”. E sa perché? Perché era vero. Altro che Ia».