GOOD LUCK, HAVE FUN, DON’T DIEdi Gore Verbinski,Usa, 133’Il “cattivo” è un bambino di nove anni pelato e abbastanza disturbante che sta dando vita a un modello micidiale di IA. L’eroe venuto dal futuro per salvare il mondo sembra uscito da un amplesso sotto ketamina fra “Terminator” e “Ghostbusters”. Il manipolo di disperati che deve aiutarlo a impedire la catastrofe prossima ventura, arruolati in un fast food mentre “scrollano” rassegnati i cellulari, comprende fra gli altri: un prof terrorizzato dai suoi allievi; una guardia giurata sovrappeso, come si dice oggi; una biondina lugubre allergica ai cellulari e al wi-fi. Ma anche la madre di un ragazzo ucciso in una delle infinite sparatorie scolastiche che allietano gli Usa (uno dei segmenti più inquietanti e insieme divertenti del film, non diremo perché).Benvenuti nello stravagante mondo di Gore Verbinski, regista ad alto tasso di inclassificabilità, inattivo da nove anni dopo aver diretto una serie di flop, anche se prima aveva firmato tre “Pirati dei Caraibi” e il mitico “Rango”, Oscar 2011 per l’animazione. Un tipo abbastanza eclettico (e talentuoso) da sfidare Hollywood sul suo terreno girando un blockbuster con mezzi da cinema indipendente. Il risultato magari è discontinuo, un alternarsi di trovate anche brillanti e di fragorose ricadute nei cliché dei popcorn-movie. Ma vale la visita, oggi che Hollywood sembra aver perso ogni gusto del rischio in nome dei sequel e degli algoritmi.Il meglio sta in certe zampate d’attualità (la polizia violenta stile Ice) e nei flashback che illuminano le vite dei protagonisti. Pensiamo ai liceali “zombificati” dai cellulari, o a quel docente che ha assemblato chissà come un aggeggio anti-smartphone in puro stile “Mars Attacks!” (come si dice nel film, che cita tutto il citabile e molto di più). Mentre il lungo manuale di sopravvivenza alle infinite stragi scolastiche è quasi un film a sé, retto da trovate paradossali quanto verosimili.Sa di zavorra invece il pedaggio pagato al più vieto cinema d’azione, con ammazzamenti cinici quanto spettacolari, non tanto per la violenza quanto per l’indifferenza con cui si sacrificano i personaggi. Peccato due volte mortale perché già consacrato da tanto cinema dominante (abbiamo ancora negli occhi il vuoto assoluto della seconda parte di “Marty Supreme”). Anche se qua e là, pensiamo a quel mostruoso miciosauro, sembra quasi che Verbinski si diletti a illustrare usi e abusi dell’IA. Fino a quel lieto fine inevitabile, probabilmente illusorio e orgogliosamente didattico. Un’altra infrazione alle regole hollywoodiane. E non delle più trascurabili.