L'eliminazione dai Mondiali di calcio è solo l'ultimo dei problemi che affligge la Germania oggi. Aldo Cazzullo ha legato l'umiliazione calcistica al «morbo tedesco» di cui si parla in altri campi: la crisi dell'economia e l'instabilità politica della nazione-guida per l'Europa. Sì, che ci piaccia o no il destino dell'Europa si gioca a Berlino, e da secoli. Oggi la demografia e l'economia dicono che la Germania è il numero uno dell'Unione. Con una Francia in coma e un Regno Unito fuori dall'UE, il ruolo tedesco è più importante che mai.
Le menzogne che ci raccontiamo su noi stessi sono spesso l'ostacolo principale che ci impedisce di risolvere i nostri problemi. Di recente Angela Merkel - e i suoi tanti ammiratori - hanno fornito una conferma della nostra capacità di autoinganno. L'illusione che la Merkel sia stata una grande cancelliera impedisce di fare i conti con gli errori strategici di cui la Germania e l'Europa intera continuano a pagare le conseguenze. Russofilia, apertura scriteriata a flussi migratori incontrollati, politiche ambientaliste distruttive, incapacità di comprendere la vera natura della Cina: tutto questo fa parte dell'eredità della Merkel.
Sono quattro fattori chiave che spiegano la crisi del modello tedesco: economica e politica. Solo facendo i conti con la «vera» Merkel, una pessima leader, Germania e Unione europea possono sperare di voltare pagina. Ma la cecità persiste e un aneddoto recente l'ha confermata.Il 30 giugno, al Bode Museum di Berlino, Angela Merkel ha inaugurato il proprio ritratto ufficiale per la Cancelleria, opera di un artista ventottenne, Jérémie Queyras. Sulla carta è un evento minore — un rito che tocca a ogni cancelliere uscente — ma il modo in cui è stato costruito e comunicato racconta più di quanto dica il quadro in sé. La genesi mediatica dell'operazione rivela l'astuzia dell'ex cancelliera, ancora capace di manipolare un pezzo di élite tedesca ed europea. La frase più ripresa della Merkel — «È strano quando si diventa lentamente storia» — ha dato il tono alla vicenda: quello di una Merkel «pacificata» con il proprio passato ma tutt'altro che assente dal dibattito, proprio mentre l'AfD di Alice Weidel domina i sondaggi e la sua eredità (l'apertura ai migranti nel 2015, la dipendenza energetica dalla Russia, l'austerità verso il Sud Europa) torna periodicamente sotto processo.In questo senso il ritratto funziona da specchio del Paese: la Germania guarda la propria storia recente attraverso un'immagine artificiale, controllata, costruita con cura, mentre la politica reale — un cancelliere Friedrich Merz in affanno, una coalizione instabile — si tiene sullo sfondo. Merkel dimostra ancora una volta di saper gestire la propria immagine pubblica con lo stesso pragmatismo silenzioso che ha caratterizzato i suoi sedici anni al potere. Ma i nodi vengono al pettine. Per quanto l'ex-cancelliera riesca ancora a ingannare se stessa e alcuni media, per quanto abbia dei seguaci nostalgici in alcune capitali europee e soprattutto nella burocrazia di Bruxelles, la Merkel è stata una leader fra le più disastrose della storia: per la Germania e per l'Europa. Al confronto si può perfino riabilitare - in parte - il socialdemocratico Gerhard Schroeder: colpevole di essersi venduto a Putin, certo, ragion per cui ha finito nell'infamia la sua carriera politica; però prima aveva realizzato importanti riforme del welfare tedesco, dando un contributo decisivo a risolvere l'altro «morbo» della Germania, quando all'inizio degli anni Novanta fu definita il malato d'Europa. La Merkel invece ha dato il contributo decisivo a far ricadere la Germania nel «morbo» della stagnazione. E ora tocca al suo successore e compagno di partito tentare di rimediare l'eredità pesantissima che lei ha lasciato.Giovedì scorso il cancelliere Merz ha presentato a Berlino un pacchetto di 34 misure che dovrebbe, nelle sue intenzioni, risvegliare un'economia ormai da tre anni in coma e, non meno urgente, risollevare i consensi di un governo che rischia di non arrivare vivo alle urne d'autunno. «Capisco la nostalgia per il passato, ma non possiamo nasconderci nella storia che fu», ha detto Merz annunciando le riforme. «Dobbiamo tornare a desiderare il futuro».Parole impegnative, per un Paese che fino a pochi anni fa si considerava la locomotiva d'Europa e che oggi si scopre invece il malato del continente. Non è la prima volta che si parla di «morbo tedesco»: lo si diceva appunto negli anni Novanta, ai tempi della riunificazione, prima che le riforme Schroeder-Hartz di inizio Duemila rimettessero in moto il motore economico. Questa volta, però, le cause sono più profonde e più difficili da estirpare con un pacchetto di norme, per quanto ambizioso.Il piano di Merz tocca quattro grandi capitoli. Sul fisco, taglia le tasse per i redditi bassi e medi per un valore di dieci miliardi di euro l'anno, finanziando l'operazione con un aumento della pressione fiscale per chi guadagna più di 250 mila euro e con la sforbiciata a diverse agevolazioni. Sul welfare, l'età pensionabile salirà gradualmente da 67 a 70 anni, mentre spariranno gli incentivi al pensionamento anticipato.Sul mercato del lavoro, le imprese potranno licenziare più facilmente i dipendenti con gli stipendi più alti e assumere più lavoratori a tempo determinato, una richiesta di lunga data del mondo delle start-up. Contestualmente, il governo introduce incentivi fiscali per chi perde il lavoro e lo ritrova in tempi rapidi, e annuncia una stretta sulle assenze per malattia, il cui tasso in Germania è salito vertiginosamente negli ultimi anni. I settori più esposti alla crisi — auto, siderurgia, chimica, macchinari — e le aziende tecnologiche potranno essere esentati da parte delle regole sul lavoro.Ma è forse sul fronte della burocrazia che il governo ha osato di più, con una vera deregulation: cadranno molti degli obblighi a carico delle imprese, si allenteranno le norme sulla privacy per le piccole aziende. Gli oneri amministrativi — permessi di costruzione, licenze commerciali — funzioneranno in base al principio automatico del silenzio-assenso se le domande delle imprese rimangono senza risposta per oltre quattro mesi: un piccolo terremoto per una macchina statale abituata a procedere con lentezza proverbiale. Sul commercio, infine, Berlino spingerà gli strumenti antidumping e anti-sussidio di Bruxelles contro l'ondata di prodotti cinesi a basso costo.Se il pacchetto di Merz spera di affrontare alcune cause immediate della stagnazione, l'ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale ne scava le radici più profonde, e il quadro che ne emerge è tutt'altro che consolante. Tra il 2023 e il 2024 la Germania ha attraversato una recessione, con il prodotto interno lordo in contrazione e una crescita rimasta ben al di sotto della media dell'eurozona. Secondo l'analisi del Fondo, circa il 60 per cento di questo divario rispetto agli altri Paesi dell'area euro è riconducibile a un calo strutturale della crescita potenziale — non un semplice ciclo negativo, dunque, ma un logoramento delle fondamenta del sistema — mentre il restante 40 per cento è di natura congiunturale.La crisi ha investito quasi tutte le componenti della domanda, con investimenti ed esportazioni a fare da traino negativo, mentre sul lato dell'offerta a soffrire di più sono stati soprattutto il manifatturiero e l'edilizia, i due settori che da soli spiegano la maggior parte del divario di crescita accumulato dalla Germania. Un dato colpisce in particolare: il crollo della produttività, specialmente nell'industria e nelle costruzioni. Gli economisti del Fondo lo attribuiscono a labour hoarding: le aziende, temendo di non trovare più personale qualificato quando la domanda ripartirà, preferiscono trattenere i lavoratori anche quando la produzione cala, invece di licenziarli.Ma dietro il ciclo, avverte l'FMI, ci sono problemi strutturali che vengono da lontano: una crescita della produttività debole ormai da anni, alimentata dal cronico sottoinvestimento in infrastrutture pubbliche, formazione del capitale umano e innovazione, oltre che da un eccesso di burocrazia; gli effetti duraturi dello shock energetico seguito alla crisi del 2022, quando Berlino ha dovuto tagliare di colpo il cordone ombelicale con il gas russo; un deterioramento della competitività internazionale dell'industria tedesca, che pure — è la nota più paradossale del rapporto — continua a registrare un avanzo delle partite correnti tuttora robusto. La Germania continua a incassare dall'estero più di quanto spende, pur perdendo terreno rispetto ai concorrenti: un campanello d'allarme più che un segnale di salute.Se sul piano economico Merz gioca la carta delle riforme strutturali, sul piano politico il cancelliere naviga in acque sempre più agitate. La sua «grande coalizione» tra cristiano-democratici della CDU-CSU e socialdemocratici della SPD, nata poco più di un anno fa dopo un avvio già claudicante — Merz fu eletto solo al secondo turno di votazioni, un fatto mai accaduto prima nella storia della Repubblica Federale —, non è mai riuscita a conquistare la fiducia dell'opinione pubblica. Nei sondaggi degli ultimi mesi la destra dell'Alternative für Deutschland di Alice Weidel viaggia stabilmente davanti alla CDU-CSU, mentre la SPD arranca appaiata o addirittura superata dai Verdi. Oltre due terzi dei tedeschi si dicono insoddisfatti dell'operato del governo, e più della metà degli intervistati dubita che l'esecutivo arriverà in fondo alla legislatura, prevista per il 2029.Dentro la CDU serpeggia da settimane il nome di un possibile successore di Merz, il governatore del Nord Reno-Vestfalia Hendrik Wüst, anche se i big del partito si sono affrettati a smentire ogni ipotesi di resa dei conti interna. Più fragile ancora appare l'alleanza con l'SPD, dove circolano voci di un possibile ritorno a un governo di minoranza, sul modello svedese, capace di reggersi solo con l'appoggio esterno — magari proprio dell'AfD, il partito che il cosiddetto Brandmauer, il muro di fuoco anti-estrema destra, dovrebbe tenere isolato. (Va ricordato che un tribunale amministrativo ha bloccato la classificazione dell'AfD come di «estrema destra»).È il paradosso di Berlino nell'estate 2026: un cancelliere che promette rilancio economico mentre la sua stessa maggioranza rischia di sfaldarsi, schiacciata tra le attese deluse dell'elettorato e l'ascesa inarrestabile della destra. Non una destra fascista né tantomeno eversiva, che tuttavia pone due problemi geopolitici di portata europea: l'Afd è profondamente antiamericana e russofila.Se in politica interna Berlino appare indebolita, sul tavolo di Bruxelles la Germania resta comunque la potenza leader che decide gli equilibri, e negli ultimi mesi ha usato questo peso per orientare l'Unione su due fronti cruciali. Il primo è la Cina. Per anni la Germania è stata il grande freno di Bruxelles nei confronti di Pechino, timorosa delle ritorsioni commerciali cinesi più che convinta della necessità di difendersi dalla sovraccapacità industriale del gigante asiatico. Ma la crisi dell'auto, della chimica, della siderurgia, dell'industria dei macchinari, hanno fatto virare anche Berlino verso un protezionismo selettivo. Il governo Merz chiede ora regole più severe contro la concorrenza sleale e vincoli più stretti sugli investimenti esteri nei settori strategici, mentre la Commissione lavora a un meccanismo che estenda la difesa commerciale a interi comparti industriali — chimica, metallurgia, tecnologie pulite — invece che a singoli prodotti.Resta, però, l'ambiguità di fondo che ha sempre caratterizzato l'approccio tedesco: mentre all'UE Berlino chiede pugno duro, il governo continua a coltivare canali diretti con Pechino, dal viaggio dello stesso Merz in Cina in primavera ai colloqui della ministra dell'Economia Katherina Reiche sulle forniture di terre rare, indispensabili per l'industria tedesca. Più di cinquemila aziende tedesche operano oggi in Cina, e Berlino teme le ritorsioni di breve periodo più di quanto tema, sul lungo periodo, l'erosione della propria base industriale.Il secondo fronte su cui la Germania ha piegato l'agenda europea è quello ambientale, in particolare la messa al bando dei motori endotermici (a combustione) prevista dal 2035. Dopo mesi di pressioni dell'industria automobilistica tedesca — da Volkswagen a Mercedes fino a Bmw, appoggiate dal sindacato IG Metall — e una lettera diretta di Merz alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Bruxelles ha ammorbidito la norma: l'obiettivo di riduzione delle emissioni per le nuove immatricolazioni dal 2035 scende dal 100 al 90 per cento, aprendo di fatto la porta a una quota di veicoli ibridi plug-in, elettrici con range extender e motori a combustione ad alta efficienza anche oltre quella data. Una svolta salutata dal leader del Partito popolare europeo Manfred Weber come garanzia di «neutralità tecnologica» e di decine di migliaia di posti di lavoro industriali.Non è un caso isolato: sul fronte energetico, il ministero dell'Economia tedesco ha messo a punto sussidi per l'elettricità industriale destinati ai settori a più alta intensità energetica, e Berlino continua a fare pressione su Bruxelles per allentare i vincoli sugli aiuti di Stato. È la stessa logica che guida l'intero pacchetto di riforme presentato da Merz: di fronte a un modello di crescita che non funziona più — schiacciato tra la concorrenza cinese, i dazi di Trump e il costo dell'energia post-sanzioni alla Russia — la Germania prova a comprare tempo, in casa con sgravi fiscali e tagli alla burocrazia, in Europa con più protezionismo e meno vincoli ambientali. Fermare l'emorragia di consensi verso l'AfD, e rimettere in moto l'economia: è la scommessa — probabilmente l'ultima a disposizione — di un cancelliere sempre più solo.












