Il vento del mare strapazza la talare bianca. Nell’ultimo lembo di Lampedusa che guarda verso l’Africa, Leone XIV si arrampica fra gli scogli. Gesto inaspettato e fuori programma. Una folata gli porta via lo zucchetto che sarà recuperato poco dopo. Con un’espressione del volto premurosa, si ferma a scrutare il Mediterraneo sopra una delle postazioni di vedetta che dice di un’isola roccaforte. Immagine del passato: oggi è una terra aperta, un’ancora di salvezza per chi affronta il mare pur di fuggire da guerre, miseria, persecuzioni. Le bandiere dell’Italia e dell’Europa sventolano sulla casamatta dove il Papa sceglie di restare da solo, per un momento di raccoglimento, di fronte al mare della speranza e della disperazione, della rinascita e della tragedia. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate», denuncerà con un chiaro richiamo alla politica nella Messa che conclude la sua visita a Lampedusa. Nuova tappa del suo pellegrinaggio lungo le rotte dei migranti dopo quella di giugno alla Canarie, approdo della tratta atlantica. Poco meno di quattro ore nell’isola più vicina al Nord Africa che alla Sicilia dove il primo Pontefice statunitense trascorre il giorno dei 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza americana. «Oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia», spiega agli abitanti che eleva a simbolo del «miracolo della compassione», come lo definisce. L’opposto di «chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere», avverte. E aggiunge: «Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi la fretta di “passare oltre”». Riferimento al sacerdote e al levita della parabola del Buon Samaritano che lasciano sulla strada il fragile ferito. Il brano viene letto nel campo sportivo a due passi dal mare dove Leone XIV presiede l’Eucaristia davanti a 4mila fedeli. «Purtroppo, in ogni tempo, non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti».Leone XIV ha attraverso poco prima la Porta d’Europa: varco che racconta l’ingresso dei migranti nel continente ma anche memoriale di chi è stato ucciso dalle acque in una traversata. Il Papa poggia la mano sullo stipite del monumento affacciato sul mare. Sullo sfondo la nave San Giusto della Marina militare e le imbarcazioni della Guardia costiera e di finanza che il Pontefice saluta. Ad accompagnarlo due bambini che lui tiene per mano e che, con le loro famiglie, portano su di sé il dramma dei barconi e il conforto dell’accoglienza che si fa riscatto. Nella Messa il Papa chiama in causa il continente. «Da questo estremo lembo d’Europa nel Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona». Richiesta di un cambio di rotta agli Stati. E invito a una svolta che è «compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa», chiarisce.Il Papa si rivolge a quella parte della comunità ecclesiale che preferisce i muri ai ponti. «È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza». Risposta anche al movimento dei lefebvriani che si scaglia contro ogni “contaminazione” spirituale. E fa sapere: «Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti. Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato». Inoltre tiene a precisare: «Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto». È un’isola che interroga Lampedusa e che, sottolinea il sindaco Filippo Mannino, «ha imparato a guardare il mare non solo come confine, ma come chiamata». Non è un caso che la visita del Papa inizi davanti alle tombe dei “dimenticati” dei naufragi. «Qui – spiega – avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità». E da loro arriva anche una lezione. «Loro stessi non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico». Del resto, afferma nella Messa, tutti coloro che entrano nella «dinamica di compassione, di misericordia» iniziano «a vivere diversamente, a essere cittadini diversamente, a lavorare diversamente». Pionieri della «civiltà dell’amore» prospettata da Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II che il Papa cita e che definisce «giganti» sulle cui spalle «siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore». Poi richiama la sua enciclica Magnifica humanitas per evidenziare che «nessuno è senza responsabilità» e ognuno «è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)». Leone XIV è nel consapevole che Lampedusa ha «una vocazione turistica che purtroppo può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici». Guai, però, ad «innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri. Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità». Perché, «c’è autentico riposo dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna». Un’economia, è la consegna, in cui la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca.