Esistono persone che passano la vita inseguendo un luogo in cui fermarsi. E poi ce ne sono altre che scoprono, quasi senza accorgersene, che la loro vera casa coincide con il viaggio, come Beppe Convertini. Da anni attraversa l’Italia raccontandone i paesi, il mare, le tradizioni, le comunità e le persone. Lo fa oggi con Azzurro – Storie di Mare, il programma del sabato mattina di Rai 1, e prima ancora lo aveva fatto con Linea Verde e con i suoi libri. A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare il mestiere di chi mostra paesaggi. In realtà il suo è un lavoro molto più silenzioso: raccontare ciò che tiene ancora insieme un Paese che spesso sembra ricordarsi di sé soltanto nei momenti di crisi. Le telecamere, però, mostrano soltanto una parte del viaggio. Dietro il volto rassicurante del conduttore televisivo c’è un ragazzo cresciuto in provincia, che passava i pomeriggi con un atlante geografico aperto sul letto. Chiudeva gli occhi, lasciava cadere il dito su un punto qualsiasi del planisfero e poi immaginava di partire. Prima ancora di viaggiare, aveva imparato a desiderare il mondo. È un’immagine che racconta molto più di qualsiasi curriculum. Perché alcuni destini iniziano molto tempo prima del primo treno, del primo provino o della prima diretta televisiva. Cominciano dentro una stanza, tra le pagine di un atlante e l’ostinazione di un ragazzo che sente che la vita, da qualche parte, lo sta aspettando. L’intervista esclusiva a Beppe Convertini per Virgilio Notizie prende avvio da Azzurro, ma ben presto cambia direzione. Il programma diventa quasi un pretesto per interrogare un tema molto più profondo: cosa resta di noi quando il successo smette di essere il centro del racconto? Beppe Convertini sorprende proprio perché evita continuamente di mettersi al centro. Quando parla del suo lavoro, finisce quasi sempre per parlare delle persone incontrate lungo la strada. Quando racconta la televisione, racconta l’Italia. Quando descrive i propri traguardi, li definisce un dono più che una conquista. È una postura esistenziale prima ancora che professionale. In un’epoca in cui tutto sembra dover essere rivendicato, lui preferisce usare una parola quasi dimenticata: gratitudine. Forse è questa la chiave per comprendere il suo percorso. L’intervista restituisce infatti il ritratto di un uomo che non separa mai il successo dalla responsabilità. La popolarità, dice, ha senso soltanto se viene messa al servizio degli altri. È un’affermazione che potrebbe sembrare retorica, se non fosse sostenuta da un filo invisibile che attraversa tutta la conversazione: la consapevolezza della fragilità. A un certo punto emerge il ricordo del padre, scomparso quando Beppe Convertini aveva appena diciotto anni. Non è un episodio raccontato per suscitare emozione. È piuttosto la radice da cui sembrano nascere molte delle sue scelte. Diventare improvvisamente il punto di riferimento della famiglia, imparare troppo presto il significato della perdita, scoprire che la vita può cambiare nel giro di pochi mesi. Alcune ferite non smettono mai di fare male. Semplicemente imparano a convivere con noi. Ed è forse da lì che nasce quella paura, confessata con estrema semplicità, della malattia e della perdita delle persone amate. Eppure, ciò che colpisce, è che questo dolore non si è trasformato in amarezza. Beppe Convertini continua a parlare del futuro con l’entusiasmo di chi considera ogni progetto un privilegio. Continua a tornare ogni settimana da sua madre, convinto che esista un momento della vita in cui i figli debbano restituire l’amore ricevuto. Continua a credere che sognare sia un dovere civile, soprattutto nei confronti dei più giovani. Continua persino a definirsi una persona normale, quasi infastidito da qualsiasi tentativo di attribuirgli qualcosa di straordinario. Forse è proprio questa normalità a renderlo diverso. Durante l’intervista gli viene ricordata l’espressione, nata con ironia dopo Ballando con le Stelle, del “medioman”. Lui sorride e la accoglie senza difese. Non prova a costruire un personaggio. Anzi, sembra quasi volerlo smontare. Dice di essere uno come tanti. Un uomo con qualche ruga in più, i capelli ormai brizzolati e il desiderio di continuare a fare bene il proprio lavoro. È una risposta apparentemente semplice, ma contiene una verità spesso dimenticata: non sempre la televisione costruisce personaggi. A volte si limita a rendere visibili persone che hanno scelto di non smettere mai di essere se stesse. Forse la frase che meglio riassume questa conversazione arriva quasi per caso, quando parla del continuo viaggiare imposto dal suo lavoro. “Ho trovato la mia pace nel movimento”, dice. È un paradosso solo in apparenza. Per alcune persone il movimento è fuga. Per altre è ricerca. Per Beppe Convertini sembra essere diventato una forma di quiete. Come se ogni viaggio, ogni incontro e ogni storia raccontata rappresentassero un modo per ritornare, ogni volta, a quel ragazzo che sfogliava un atlante immaginando il mondo. E che, forse, senza saperlo, aveva già trovato la direzione della propria vita.
Beppe Convertini, l’intervista al conduttore: "Ho trovato la mia pace proprio nel movimento"
Da Azzurro - Storie di Mare a un racconto intimo su fede, perdita, provincia e sogni: il viaggio umano di Beppe Convertini









