Il problema Sollicciano

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Apre la personale sul maestro cortonese. Di fronte ’Maternità’ e ’La danse’ di Parigi. "Le sue ultime parole"

"Appena sono entrata, l’emozione è arrivata subito. Sulla carta è un’altra cosa: qui ora c’è l’atmosfera. Ogni opera ha già una sua anima, non c’è niente da fare". Romana Severini si ferma davanti al padre ritrovato, e la voce quasi si incrina. La figlia di Gino non ha voluto mancare all’anteprima e oggi è di nuovo in prima fila, tra le autorità, per l’inaugurazione ufficiale di "Gino Severini. Modernità come dialogo", la grande mostra che il Maec dedica al maestro cortonese a sessant’anni dalla scomparsa (1883-1966). Ha percorso le sale con entusiasmo, regalando ricordi e aneddoti. Il fermento di quegli anni: "C’era un’élite e fino agli anni Trenta-Quaranta non c’era gelosia, perché erano pochi. Contro Picasso però sì: quando sapevano che veniva in studio, voltavano tutte le opere dall’altra parte. Rubava con gli occhi, e magari poi lo faceva a modo suo, meglio". Del padre conserva un’immagine tenera e severa insieme: "Ero nata tardi, lui aveva 55 anni ed era preoccupato per il mio avvenire. Era affettuoso, ma io lo temevo un po’: appena aprivo bocca mi diceva ’hai parlato come un libro stampato’, mi prendeva in giro gentilmente". E ha svelato le ultime parole del maestro: "È morto dicendo a mia madre: peccato, avevo ancora tante cose da dire". Tra le opere predilette, quelle degli anni Trenta: "Amo i ritratti e le nature morte con le rovine di Roma, le sento proprio mie". Con un rammarico, per le danzatrici più celebri rimaste in America dopo la mostra da Stieglitz del 1917. Se la mostra rappresenti il padre, lei non ha dubbi: "Penso di sì. C’è un misto di opere e di persone che lo raccontano. A casa ho ancora cassetti pieni di scritti". Un legame con Cortona mai spezzato: Severini vi tornava ogni estate, riscoprendo Signorelli e gli Etruschi, fino alla Via Crucis della città. Oggi a tagliare il nastro, alle 17 accanto alla figlia Romana, ci saranno anche l’assessore regionale alla cultura Cristina Manetti e Stefano Lanna, direttore generale del Piano Olivetti per la Cultura del Ministero. Curata da Daniela Fonti e Margherita d’Ayala Valva, la mostra propone un percorso non antologico ma "a tesi": cinque sezioni, dal Divisionismo al Futurismo, dal Cubismo al Classicismo degli Arlecchini, fino al dialogo tra la Chiesa e la modernità, che raccontano Severini come mediatore tra Italia e Francia, tra avanguardie e tradizione. Oltre 80 le opere, in dialogo con Balla, Boccioni, Soffici e Picasso, con il monumentale "La danse du Pan-Pan à Monico" che torna dal Centre Pompidou di Parigi, in Italia dopo oltre trentacinque anni. Un’opera che campeggia maestosa nella sala centrale, idealmente contrapposta alla splendida "Maternità" del 1916, il capolavoro di Severini custodito al Maec. Soddisfatto il sindaco Luciano Meoni: "Più che una celebrazione, è un’occasione di conoscenza. Severini non ha mai smesso di mantenere un legame autentico con Cortona, con le sue radici". Gli fa eco l’assessore alla cultura Francesco Attesti: "Al centro c’è il legame mai interrotto con la città, luogo delle radici e dell’identità che oggi ne custodisce l’eredità". Un legame che il Maec coltiva da tempo: le sale già dedicate al pittore nel percorso permanente trovano ora compimento in questa esposizione, aperta fino al 1° novembre e arricchita dagli itinerari severiniani in città: un connubio tra arte, paesaggio e memoria.