PORDENONE - Una strage di api con oltre 600 mila esemplari morti. È quanto si registra in un apiario nel Tarvisiano: su ventiquattro alveari, dieci erano completamente distrutti, altri quattro gravemente compromessi per un danno complessivo che supera i 5mila euro. A denunciarlo un apicoltore pordenonese, che preferisce rimanere anonimo, e che da una decina di anni posiziona i suoi alveari in una zona isolata tra Tarvisio e Fusine. «Quando sono salito a fare un controllo, l'amara scoperta». Lo scenario è quello di una vera ecatombe con centinaia di migliaia di api morte negli alveari. «La mia famiglia lavora con le api da oltre quarant'anni ma non avevo mai visto niente di simile. Per esperienza posso dire che sono state avvelenate». Da una decina di estati l'apicoltore trasferisce le sue api in un prato «nascosto e difficilmente identificabile». Un trasferimento necessario per produrre pregiati mieli di montagna.
TRASFERIMENTO Anche quest'anno, secondo una routine ormai consolidata, a giugno le api sono state portate nel Tarvisiano e niente avrebbe potuto far immaginare una cosa del genere. «In ogni alveare c'erano tra 50 e 60mila api. Significa che ne sono morte circa 600mila in totale, ma il vero danno non è il numero degli insetti in sé, che sono comunque tanti, ma il fatto che sono scomparse dieci famiglie intere». Un episodio che, secondo lui, difficilmente è dovuto a cause naturali. «Può capitare di perdere un alveare per la fame o per il caldo, ma qui la situazione era completamente diversa. Le api avevano ancora scorte di cibo, gli alveari erano pieni di covate e le famiglie erano forti». Immediatamente l'apicoltore ha contattato le autorità competenti, decidendo però di non procedere con le analisi di laboratorio. «La Forestale e l'Asl mi hanno suggerito di fare denuncia e prelevare campioni, ma sarebbe stato inutile. Sono arrivato sul posto almeno otto o nove giorni dopo il fatto. Ormai le api le ho perse e il miele che avrebbero prodotto non lo recupererò». «Non posso accusare nessuno. Le api sono lì da anni e se c'erano problemi, la cosa avrebbe potuto succedere subito. Noi abbiamo sempre fatto le cose in regola: chiediamo al Consorzio degli Apicoltori di Udine l'autorizzazione per il nomadismo degli apiari, seguiamo le regole di distanza dalle case e dalle strade e ovviamente chiediamo l'ok al proprietario del terreno». IL DANNO Alla perdita delle famiglie di insetti si aggiunge poi il danno economico. «Una famiglia di api vale circa 200 euro e quindi ci aggiriamo intorno ai 2 mila euro. Poi c'è da contare il miele che non sarà prodotto e quindi il mancato guadagno. Complessivamente stimo che il danno si aggiri tra i 5 e i 6 mila euro che nessuno mi rimborserà». Va messa anche in conto la distruzione dei telai: «Li ho dovuti bruciare tutti perché ci sarebbero potuti essere dei residui del veleno» e aggiunto il fatto che l'anno prossimo sarà necessario ricostituire le famiglie perdute, con ulteriori costi interamente a carico dell'azienda. Un danno non da poco che a caldo, per paura potesse riaccadere, aveva spinto l'apicoltore ad abbandonare la zona: «Avevo deciso di non riportare più lì le api». Poi, a mente fredda, è maturata un'altra idea: riposizionare gli alveari e mettere delle fototrappole. Una scelta che si affianca alle misure adottate contro gli orsi. «Ora dovremmo pensare a difenderci anche da eventuali malintenzionati mettendo in campo l'unica azione possibile per salvaguardarci».








