A ventidue anni dall’ultimo vertice ospitato in Turchia, Ankara si prepara ad accogliere i leader dell’Alleanza Atlantica il 7 e l’8 luglio, in uno dei momenti di maggiore trasformazione della Nato dalla fine della Guerra fredda. Sul tavolo ci saranno il riarmo europeo, il sostegno all’Ucraina, le conseguenze della guerra tra Israele e l’Iran e la ridefinizione dell’Alleanza in quella che il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, definisce una «Nato 3.0». Ma, ancora prima dell’apertura dei lavori, il summit ha già prodotto un vincitore politico: Recep Tayyip Erdogan.
Se nel 2004 la Turchia si presentava come un Paese candidato all’adesione all’Unione europea e un alleato saldamente inserito nell’ordine euro-atlantico, oggi arriva al vertice dopo aver costruito una politica estera diversa. Ha mantenuto rapporti con Mosca pur sostenendo Kiev, ha occupato parte del nord della Siria, ha rafforzato la propria industria della difesa e ha trasformato la sua posizione geografica in una leva diplomatica nei confronti degli Stati Uniti, della Russia, dell’Unione europea, del Levante e del Caucaso.
A pochi giorni dall’apertura del summit è Donald Trump a riconoscergli il maggior tributo. Il presidente statunitense ha spiegato che parteciperà al vertice «per rispetto del presidente Erdogan», arrivando ad affermare che senza il leader turco forse non avrebbe preso parte all’incontro. Trump ha definito Erdogan «un leader rispettato» e «un amico», sostenendo anche di avergli chiesto di non intervenire nella recente guerra tra Israele e Iran: «Era uno dei principali candidati a entrare in guerra, forse dalla parte dell’Iran, perché non è un grande sostenitore di Israele. Gli ho chiesto di restarne fuori. È rimasto fuori».













